“Altre madri”, Didiario festeggia l’8 marzo

Estratto del monologo scritto da Michela Murgia ed affidato da Didiario alla voce di Angela Antonacci

In occasione dell’appena trascorsa Giornata Internazionale dei diritti della donna, “Didiario – Suggeritori di Libri” ha scelto di condividere con il pubblico di Facebook le splendide parole del monologo “Altre Madri”, scritto da Michela Murgia, affidato alla voce e alla sapiente lettura di Angela Antonacci.
“Nel mondo in frantumi dei miei vent’anni”
“Chiedo perdono, ma a vent’anni, con le scarpe da tennis nuove e l’arroganza di chi sa che in quel punto esatto non passerà mai più, ho sognato anche io un figlio maschio. Nel sogno era scuro di capelli, aveva un nome di tre sillabe e lo davo alla luce faticosamente, che a vent’anni i drammi sono tutti desiderabili, il dolore è un belletto vitale che regala fascino, e le lacrime lo spalmano sulle guance rendendoti fatale come una Turandot. Nella mia testa quel parto scenografico è avvenuto mille volte, e la sofferenza era una forma di eleganza, la sfumatura più elevata di una maternità verace. Non c’era un uomo a far da padre, non ne serve uno per partorire con dolore. Nel mondo in frantumi dei miei vent’anni l’unico padre pronunciabile era il Padre Nostro, pregato con la fiducia incosciente di chi ancora non si è sentito chiedere niente da sacrificare. Nel mondo in frantumi dei miei vent’anni, io credevo di essere nata con una sola cosa intera per le mani: l’istinto materno, la vocazione all’essere ventre, come le brocche d’olio in magazzino, o come le tombe spezzate di Tharros, gravidanze interrotte in attesa di un giudizio universale. Nel mondo in frantumi dei miei vent’anni non dovevo cercare alcun perché all’esistere, mi sarebbe bastato trovare un ‘per chi’. Sposa di qualcuno, madre di chiunque, io non sapevo cosa fosse la vocazione ad essere me”.
“Eravamo noi”

“Ma quando i vent’anni passano un figlio smette di essere materiale da sogno e diventa un atto sovversivo. […] A quello stadio, se ancora figlio deve essere, non può più essere maschio. Sarà femmina, e non avrà occhi facili. Vorrà sapere. Seduta sulle mie ginocchia mi chiederà chi è e chi siamo, e le mie risposte non uccideranno le sue domande. Mia figlia diventerà ricordo prima di essere progetto, e accoglierà il presente come fosse un seme ricevuto. Non si addormenterà con i cartoni animati, no. Io le canterò una ninna nanna per stare sveglia, una ninna nanna per non chiudere gli occhi, perché abbiamo già dormito tanto e troppo, mentre altri plasmavano i nostri sogni in incubi di realtà. Sarà una musica l’identità, e ci canterò sopra la storia che non abbiamo visto, mentre ci accadeva come cosa straniera, quando la benda divenne bandiera, e dimenticammo di esser state regine. Le dirò di quando eravamo noi a scrutare il mare […]. Noi, a piangere odio decidendo la guerra, quando le torri erano culle di pietra per rifugiarci i figli svezzati troppo in fretta. Eravamo noi ad impugnare la bipenne per tracciare i destini, quando i pozzi sacri erano fiumi di energia nascosta, altri mari nel ventre segreto della terra. Noi, a decidere a quale maschio, uomo o bambino, dare il seno e quel che significa. Noi, a sventrare le bestie e farne cibo per l’inverno intorno al fuoco, perché era nostra anche la vita sacrificata. Noi, a rifare per terra il sole e la luna con cerchi di danze a passi piccoli. Quanti hanno desiderato essere notte, per vedere i nostri capelli fluire al ritmo di un flauto dolce di canna! Eravamo noi nel silenzio degli sguardi a decidere chi doveva pagare per la tragedia del morto ancora caldo in casa, e quando, e come, e per mano di chi. Lo facevamo impastando il pane, con le dita immerse nel destino di un altro, a plasmargli la fine come antiche parche. Eravamo noi, dure e odorose come la crosta del pane che facevamo, a far desiderare agli altri di essere donna per assomigliarci. Eravamo noi a cogliere le erbe per guarire e uccidere, per stordire e placare, per fare l’amore o il minestrone. Noi conoscevamo i segreti dei prati, e i prati conoscevano il nostro. In quel mondo, nessuna era puttana. Eravamo noi, e mia figlia lo saprà, quando giocherà nel cortile di una casa di tre generazioni, imparando che chiedere scusa è il solo modo per dare ordini in tempo di pace”.
“Madri d’altro… Altre madri”

“Ma poi come glielo dirò che noi eravamo anche quelle con i piatti di ceramica stampati con le facce dei reali di Savoia in fila sulla mensola del camino? Noi, con le figlie e le strade chiamate Mafalda, Margherita, Maria Josè. Eravamo sempre noi a dare le benedizione ai figli in tuta mimetica che partivano per il Kosovo, per l’Iraq, per l’Afghanistan, scambiando il luogo in cui si era nati involontariamente uomini per un qualunque altro luogo dove si potesse essere volontariamente soldati. Eravamo noi, incinte di 0,5 figli a testa, madri a bassa percentuale di maternità. Madri d’altro, o solo altre madri, ferite, ostaggio, uccise, precarie, sole e mal accompagnate […]”.
“La nutrirò di parole forti”
“[…] Per una madre ogni silenzio di verità è un aborto, ogni sacrificio di memoria è una rosolia dell’anima che genera figli deformi dentro, incapaci di ricordo, a basso quoziente di libertà. La nutrirò di parole forti, di quelle parole che esistono per caricarle dei pesi che noi non siamo in grado da soli di portare. Io non tacerò, e lei mi ascolterà. E un giorno forse, quando ogni cordone ombelicale sarà creduto reciso, lei ritornerà a me sul filo di una storia. Quel giorno diremo a voce alta il nostro nome per intero, e raccontare non sarà mai più un gioco da bambini”.
LEONARDO FLORIO