Ripercorrendo le pagine del nostro passato

Ancora una volta è l’Ites “Sandro Pertini” che rinnova il suo appuntamento con la storia e il ricordo, perché “dalla memoria si costruisce il domani”. Nella mattina di lunedì 1 febbraio, l’auditorium scolastico ha fatto un passo indietro nel tempo e riaperto, per non dimenticare, quella triste pagine della nostra storia contemporanea che ogni 27 gennaio vogliamo ricordare. La Shoà, l’olocausto degli olocausti, l’eccidio di massa perpetrato dai nazi-fascisti nei confronti degli ebrei, omosessuali, minoranze etniche, i non appartenenti alla razza ariana. La Shoà, emblema di tutti gli olocausti che spesso i nostri libri di storia non raccontano o che trattano solo marginalmente, verso la quale si sono sviluppate correnti di pensiero e di interpretazione che spesso hanno negato la sua reale esistenza, trova realizzazione e testimonianza dalle voci di chi quei momenti, quei giorni interminabili, li ha vissuti.
“Perché tra sapere e non sapere, preferisco sapere” – ha tuonato dal palco il prof. Osvaldo Buonaccino D’Addiego, organizzatore della mattinata. “Il giorno della memoria ha senso se sappiamo tradurre e tramandare l’ignavia di un’idea folle di superiorità razziale”, anche quando i suoi diretti testimoni non ci saranno più. E quest’anno l’Istituto turese ha ospitato ed ascoltato Gilberto Salmoni, genovese, classe 1928.
Ha parlato della sua fortuna nella sfortuna, il signor Salmoni. Della sua fortuna ad essere stato rinchiuso nel campo di Buchenwald, un campo di concentramento “dove ti sfinivano per la fatica, ma dove non esistevano le camere a gas” – ha più volte ripetuto.
Piccoli nell’aspetto, con una dolcezza negli occhi, ha raccontato agli oltre trecento studenti presenti in sala l’assurda follia di un uomo che è riuscito a imprimere nel popolo tedesco quell’idea della superiorità razziale che ha condotto alla morte di tantissime persone. Il suo racconto, ricco nella sua memoria, si fa carico di flashback che si intrecciano e si incontrano per descrivere il periodo in cui fu separato dalla sua famiglia e si ritrovò a Buchenwald. “Mia madre, mio padre e mia sorella erano in un vagone, io e mio fratello in un altro. Sul vagone dove c’erano i miei c’era scritto Auschwitz e già si sapeva bene che non c’era da aspettarsi niente di buono. Sul nostro c’era scritto Buchenwald, che per noi era un nome sconosciuto. Quando siamo arrivati a Buchenwald ci hanno portato alle docce, alcuni dicevano “vediamo se esce il gas”. “Eravamo “schiavi di Hitler”, ci svegliavamo prestissimo e non avevamo tempo per pensare. Si guardava a chi avesse la fetta di pane più grossa, l’unica della giornata. E si partiva per lavorare” – ricorda Salmoni. “A pranzo – rammenta oggi con un sorriso amaro – avevamo solo una tazza di caffè; poi a sera, una zuppetta leggermente solida”. Ma è a suo fratello, di circa quindici anni più grande, che il testimone indirizza i suoi ricordi più significativi, poiché la persona che, grazie alla sua professione di medico, è riuscito ad evitargli situazioni ben più gravi e a salvarlo quando fu colpito da scorbuto. Ma non solo suo fratello. È lo spirito di solidarietà tra prigionieri che sottolinea ancora: “Quando sono stato trasferito nella baracca francese, ci fu un episodio che mi è rimasto impresso: ad alcuni arrivavano pacchi dalla Croce Rossa. Pacchi personali ma il cui contenuto fu diviso tra tutti noi” – evidenzia Salmoni.
È sugli aspetti meno conosciuti, che si sofferma la sua testimonianza. Meno conosciuti dai più, ma che hanno dato vita a medaglie future. “A Buchenwald c’erano 904 prigionieri di età inferiore ai 16 anni. Questi furono divisi in due baracche, affidate ad un capobaracca. Lui li ha salvati e per loro, il capobaracca e il suo vice erano come un padre”.
Ha aperto una finestra sulla clandestinità, il signor Gilberto Salmoni, parlando del Comitato clandestino presente nel campo tedesco e di cui faceva parte anche suo fratello e comandato da alcuni internati. “Neppure io sapevo dell’esistenza di questo, mio fratello non me ne ha mai parlato. L’ho saputo in seguito, per altra via. Seppi che stavano organizzando un assalto alle torrette, che per fortuna non compirono perché anticipati dall’esercito di liberazione. “A un certo momento di SS non se ne vedevano più, c’era solo la polizia interna del campo composta di internati con i fucili. Abbiamo detto “allora siamo liberi veramente”.
“Purtroppo la nostra nazione ha dimostrato di essere leader nella disorganizzazione. Gli Inglesi, neanche a dirlo, due giorni dopo la liberazione sono venuti e hanno portato subito via i loro prigionieri. Ma anche i Francesi e i Cecoslovacchi. Per tutte le altre nazionalità è arrivato qualcuno. Allora ci siamo arrangiati a cercare di rientrare in Italia” – ha continuato amaramente.
È tornato a Genova circa due mesi dopo la liberazione e, come ha raccontato al pubblico dell’Ites dopo la domanda di uno studente, non ha mai voluto raccontare quel che è stato. “Ho ripreso in mano la mia vita, ripartendo da dove mi ero fermato. Ho studiato” – ha ammesso, lasciando parlare il professor Buonaccino che ha sottolineato come poi il signor Salmoni si sia laureato in ingegneria e in psicologia.
“Oggi – conclude ringraziando tutti per l’ospitalità – ogni volta che racconto la mia testimonianza sento il bisogno di farmi un bagno in mare”, sfogando così il suo bisogno di libertà e pregando che mai più possano ripetersi barbarie simili.
Ma la storia, sappiamo, continua a parlare di olocausti, ancora poco conosciuti ai più, taciuti dai mass media, ma purtroppo attuali.