DON GIOVANNI AMODIO: ‘TRA 10 ANNI? ARCIPRETE DI TURI’
L’arciprete don Giovanni Amodio presenta in questi giorni il libro della nuova Undèna di Sant’Oronzo, con tanto orgoglio… “Vorrei ringraziare le persone che mi hanno aiutato in questo lavoro affascinante. E’ bello scoprire le radici della nostra fede, sapere che siamo solo gli ultimi di un lunghissimo elenco di persone a tenere al culto in onore di Sant’Oronzo. Andare a riscoprire le radici storiche della nostra festa è un modo per dare ragione alla nostra fede, per non accontentarci di credere ‘per sentito dire’ …”
Don Giovanni, 48 anni, sacerdote da 24 e arciprete di Turi da 9 è una presenza ormai più che familiare nella nostra chiesa Madre. Nonostante il protocollo lo richieda, mi è impossibile dargli del “lei”.
Cosa significa essere sacerdote?
“E’ la mia vita. E lo dico con orgoglio, soprattutto in tempi non facili come questi. Il sacerdote è il contemplatore della bellezza di Dio e delle persone, ed è questo che mi sforzo di essere, anche qui a Turi.”
Qual è il momento più bello della tua giornata?
“La mattina, quando il cellulare è spento e il telefono della parrocchia silenzioso… Allora io posso tuffarmi nella preghiera, così faccio benzina! Senza questa benzina sarebbe impossibile affrontare la giornata.”
C’è una persona in particolare che ti ha ispirato? Qualcuno di cui hai pensato: “Vorrei somigliargli!” ?
“Una persona davvero importante è stato il parroco di quando ero bambino… Lui mi ha incoraggiato, ha creduto che io potessi diventare sacerdote. Ha scoperto qualcosa in me ed è riuscito a tirarla fuori. Vuol dire proprio questo ‘educare’… questo è un termine di cui non dovremmo avere paura perché deriva dal latino ‘e ducere’, che significa ‘tirare fuori’ quello che c’è di più nobile, sacro e autentico nel cuore delle persone. E’ questo il compito del sacerdote.
Durante l’università poi, ho conosciuto don Tonino Bello: un incontro di cui sono orgoglioso e che ha sconvolto la vita mia e di tanti altri. Sono fiero di averlo potuto ascoltare e oggi di poter incarnare un suo messaggio.”
Tornassi indietro, c’è qualcosa della tua vita che non rifaresti?
“Non ho impiegato bene il tempo del liceo. Tornassi indietro, studierei di più.”
Che immagine avevi di Turi prima di essere chiamato a venire qui?
“Turi tra i sacerdoti della diocesi non era vista come una destinazione troppo ambita. Io all’epoca conoscevo don Vito Ingellis. Lui aveva apprezzato il mio lavoro di 15 anni in Curia, come direttore dell’ufficio liturgico; presumo che sia stato lui a suggerire il mio nome al Vescovo. Non sono venuto a Turi con grande entusiasmo, ma sono venuto! E ora sono contento.”
Qual è il ricordo peggiore e quale il migliore di questi 9 anni a Turi?
“Esiste un ricordo più difficile, ed è quello di non essere stato capito subito, all’inizio del ministero qui a Turi. Se ci rifletto però, era naturale: le persone hanno bisogno di studiarti. Io avevo vissuto a Conversano una stagione di grande entusiasmo, e venendo qui avevo subito voglia di portare la ricchezza di quella esperienza. Invece non sono stato capito, perché c’era bisogno di più tempo… e allora ho aspettato. Il momento più bello poi è stato quando, con il passare del tempo, è andata aumentando tra me e i turesi la stima reciproca: ora ci apprezziamo sempre più e ci vogliamo sempre più bene.”
Il celibato è un dogma o una risorsa?
“Il celibato è un dono, e non tutti hanno la capacità di viverlo come tale: a qualcuno potrebbe sembrare una privazione, una mortificazione. Invece, come dono, viene da Dio, ed è grazia. Solo in quest’ottica si può comprenderne l’importanza: Dio agisce in noi anche così, il celibato diventa dono di sé a tutti, e non esclusivo verso qualcuno.”
Don Giovanni e i viaggi…
“Sono fiero di queste occasioni… Intanto non si tratta di gite o scampagnate, o occasioni per andare a mangiare fuori… I viaggi che organizziamo sono momenti di grande aggregazione e arricchimento: durante il viaggio si accorciano le distanze, ci si comprende meglio, ci si avvicina. E poi sono momenti di crescita culturale importanti: ci si arricchisce sempre quando si viene a contatto con luoghi, persone e usanze diversi. Infine, sono momenti di fede, perché le nostre mete sono sempre luoghi di devozione.”
Quanto c’è di folklore e quanto invece di spiritualità nella festa di Sant’Oronzo?
“Ce n’è un po’ di entrambi… La spiritualità è visibile durante gli undici giorni di preghiera in preparazione della festa, quell’Undèna che ricorda gli undici giorni di sofferenza che Sant’Oronzo visse in prigione prima del martirio. Per non parlare dello spettacolo di fede che avviene la sera del 25 con la processione alla Grotta. Quest’anno per la prima volta in quell’occasione avremo con noi anche il Vescovo mons. Padovano. Sarò orgoglioso di mostrare quanta fede c’è in questo paese.”
Da più di 60 anni a Turi non c’è nessuna ordinazione sacerdotale. Come mai i ragazzi di Turi non vogliono diventare preti?
“Dipende molto dalla tradizione… A Turi non c’è mai stata una tradizione di vocazioni…”
Cosa possono fare le comunità parrocchiali per arginare la crisi della chiesa dei nostri tempi?
“Dobbiamo fare il nostro dovere, elevare lode a Dio, pregare, servire Dio nel popolo con verità. La crisi che si è innescata non viene fuori oggi, ma bolle da trent’anni… Dobbiamo essere tutt’uno con il Papa che è una persona coraggiosa: anche a costo di “perdere punti” non ha paura di dire le cose come stanno. Noi stiamo con il Papa, dobbiamo vivere questo tempo come momento di purificazione della chiesa cattolica; la chiesa ha una storia sacra, ha dato tanto al mondo e continuerà a dare tanto.”
Come ti immagini tra 10 anni?
“Tra dieci anni… – sorride – mi immagino arciprete di Turi!”