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RICORDI: QUANDO GLI ALLEATI “OCCUPARONO” TURI

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L’annuncio dell’armistizio, solo l’8 settembre 1943 in coincidenza con lo sbarco di un contingente alleato a Salerno, comunicato da Badoglio al paese con un messaggio radiofonico, gettò l’Italia nel caos. Mentre il re e il governo abbandonavano la capitale per riparare a Brindisi, sotto la protezione degli alleati appena sbarcati in Puglia, i tedeschi procedevano ad una sistematica occupazione di tutta la parte centro-settentrionale dell’Italia. I porti meridionali vengono bombardati. Il 2 dicembre 1943, il porto di Bari diventa la Pearl Harbor dell’Italia. Molte navi affondano e bruciano, salta in aria la John Harvey piena di pirite, un gas usato nella prima guerra mondiale e nascosto nella stiva; si solleva una nube tossica che con la nafta che brucia diventa un veleno infernale; per fortuna o miracolo, la brezza di terra la porterà al largo, salvando la città da un avvelenamento; S Nicola verrà festeggiato alla grande sei giorni dopo.

Nel 1944 gli Alleati arrivano anche a Turi, occupano il Palazzo Marchesale per gli alloggi agli ufficiali e dispongono un campo con tende e bagni pubblici nei frascinali, da largo marchesale fino alle Scuole pubbliche e dalle casa popolari fino a via Conversano.

Marotta Giovanni Antonio, classe 38, figlio di Domenico, racconta:

“Allora, era d’estate, si camminava scalzi, le scarpe li avevi se ti alzavi presto la mattina; i pantaloni sorretti da due bretelle incrociate erano larghi perché erano del fratello maggiore, col berretto a 45 gradi si correva la mattina al campo per rimediare qualcosa da mangiare in cambio di servizi prestati a soldati o ufficiali. Mi ricordo di un certo George che mi comandava a riempire l’acqua dalla fontana a 4 vocche del quartiere, perché quella era fresca,; lui era alloggiato nella caserma Francesco Curcio di via Rutigliano, attuale ASL poliambulatorio. Un giorno mi fece attendere per farmi un regalo: dalla sua finestra mi calò con una corda un grosso pacco; ma quando esso era sceso all’altezza di un uomo, Lorenzo, un mio compagno, con un volo alle mie spalle, come una mosca, afferrò il pacco e cercò di scappare via, ma mio fratello che vide la scena lo agguantò e lo scoraggiò a proseguire costringendolo a restituirmi il pacco; conteneva viveri, gallette, cioccolato, carne in scatola, che per una famiglia numerosa come la nostra era una manna scesa dal cielo.

Molti soldati, spesso, si divertivano a gettare dal balcone del palazzo viveri alla folla numerosa accorsa che faceva a gara ad accaparrarseli.”

Alcuni intraprendenti turesi facevano mercato col vestiario e viveri che ottenevano in cambio di primitivo. Gli inglesi andavano pazzi, “dringavano” con il nostro vino fino ad ubriacarsi. Un fatto delittuoso, raccontano gli anziani, accadde durante la permanenza degli Alleati: un soldato ubriaco aveva infastidito una ragazza turese; il padre (Mingucce Spada “dope i fueche”), diffamato nell’onore, lo offese con un coltello arrugginito; il soldato morì o per emorragia o per tetano.

 

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