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“Too Good To Go”: l’app contro gli sprechi alimentari

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Il fenomeno mondiale dello spreco alimentare osservato a partire dall’invito di una concittadina rivolto alle attività turesi

«Buongiorno, scrivo per segnalare alle attività del settore Food di Turi che esiste una splendida App per cellulari che permette a tali attività di non avere sprechi e ai clienti di fare ottimi affari. L’App si chiama “Too Good To Go”. In pratica le attività vendono delle box a sorpresa di cibo invenduto, di giornata, che andrebbe sprecato e i clienti acquistano le box facendo ottimi affari e assaggiando i prodotti di quella attività che magari non conoscevano: quindi è anche un ottimo modo di farsi pubblicità. […]». Questa la comunicazione postata nel gruppo Facebook “Sei di Turi se…” da una nostra concittadina. Il suo consiglio è stato ben accolto da un buon numero di turesi e probabilmente molto presto diverse attività locali potrebbero decidere di aderire all’app “Too Good To Go” (che, tradotto, sta per “Troppo buono per esser buttato via”).

Premesso ciò, siccome riteniamo rilevante la problematica dello spreco alimentare, abbiamo deciso di approfondire il tema, riportandovi una serie di dati; quanto segue, inoltre, acquisisce ulteriore valore alla luce delle condizioni socioeconomiche attuali dettate dall’arrivo del nuovo Coronavirus: le famiglie, abituate a spaccare il capello in quattro, dovranno adesso dividerlo in otto; chiaramente, la retorica dell’“andrà tutto bene” è apparsa sino ad ora poco efficace ad acquietare gli animi, se non addirittura controproducente, favorendo di fatto atteggiamenti di superficialità a livello istituzionale e fenomeni di irresponsabilità per le strade, negli esercizi e nelle abitazioni. Ad un ipertrofico ottimismo – forse – sarebbe stato meglio preferire un più cauto realismo, ma ormai il dado è tratto.

Tralasciando, dunque, il passato prossimo, torniamo al presente e all’app suggerita dalla nostra concittadina con l’auspicio che, in questo difficile momento, si possa risparmiare qualcosa in termini economici senza dover rinunciare definitivamente a uno o più beni, prodotti, ecc. Certo è che, prima di noi, a beneficiarne sarebbe il nostro stesso pianeta, poiché – come stiamo per mostrarvi – gli sprechi alimentari determinano una serie di conseguenze anche a livello ecologico.

UN RITMO INSOSTENIBILE

«Ridurre gli sprechi alimentari è una delle azioni più importanti che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale» – afferma Chad Frischmann, esperto di climate change e global warming (cambiamento climatico e riscaldamento globale).

Secondo gli studi di Gustavsson del 2001, circa un terzo del cibo prodotto per consumo umano in tutto il mondo viene sprecato ogni anno: per intenderci trattasi di circa 1.6 miliardi di tonnellate di cibo. Il ritmo dello spreco alimentare, quindi, è impressionante (circa 51 tonnellate di cibo gettate via ogni secondo) ed entro il 2030 aumenterà di un terzo, raggiungendo quota 2,1 miliardi di tonnellate di cibo sprecate all’anno (circa 66 tonnellate al secondo).

PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Nei Paesi in via di sviluppo, il fenomeno dello spreco si concentra maggiormente nella prima fase della filiera agroalimentare (soprattutto dopo la raccolta) a causa di condizioni climatiche estreme, ma anche inadeguate tecnologie, infrastrutture di trasporto e strumentazioni di stoccaggio e raffreddamento. Da uno studio di Lipinski del 2013, i Paesi in via di sviluppo sono responsabili del 44% dello spreco alimentare mondiale: «Gli interventi svolti finora in queste aree puntano a sviluppare capacità umane e ad apportare migliorie tecniche per ridurre lo spreco, oltre ad aumentare l’efficienza e contemporaneamente diminuire l’intensità del lavoro delle tecnologie attualmente in uso» – affermava nel 2010 lo studioso Parfitt.

PAESI SVILUPPATI

Nei Paesi sviluppati, lo spreco alimentare si concentra nelle fasi finali della filiera agroalimentare: le quantità di cibo a disposizione diventano sempre più abbondanti, mentre i consumatori sono sempre più selettivi. Secondo il prima citato Gustavsson, ogni anno i consumatori dei Paesi sviluppati sprecano tanto cibo (circa 222 milioni di tonnellate) quanto la produzione netta totale dei Paesi sub-sahariani (230 milioni di tonnellate); inoltre, in Europa e in Nord America, lo spreco pro capite annuo va dai 95 ai 115 kg.

NEI VARI CONTINENTI…

America: Stati Uniti – 126 milioni di tonnellate l’anno (415 kg pro capite); Canada – 11.2 milioni di tonnellate l’anno (303 kg pro capite); Messico – 20 milioni di tonnellate l’anno (155 kg pro capite).

Europa: Germania – 11 milioni di tonnellate l’anno (137 kg pro capite); Regno Unito – 10.2 milioni di tonnellate l’anno (156 kg pro capite); Francia – 10 milioni di tonnellate l’anno (155 kg pro capite); Polonia – 9 milioni di tonnellate l’anno (236 kg pro capite); Italia – 7.8 milioni di tonnellate l’anno (130 kg pro capite); Spagna – 7.7 milioni di tonnellate l’anno (176 kg pro capite).

Asia e Oceania: Cina – 61 milioni di tonnellate l’anno (44 kg pro capite); Australia – 7.3 milioni di tonnellate l’anno (298 kg pro capite); Giappone – 6 milioni di tonnellate l’anno (43 kg pro capite)

L’IMPATTO

Lo spreco alimentare ha un impatto in contesti sempre diversi: esso crea nocumento alla terra e al mare, trasformando profondamente gli ecosistemi; ne deriva dunque la crisi idrica ed una serie di danni economici significativi a livello mondiale, ancor più per le generazioni future nelle cui mani è custodita l’unica concreta speranza di veder drasticamente cambiate le abitudini individuali dell’uomo. Per raggiungere efficacemente il piano particolare del comportamento soggettivo, infatti, è necessario far leva sul macro-livello rappresentato dalla cultura: la scuola, i media e le famiglia hanno in tal senso una grossa responsabilità. Chissà che non sia proprio il Covid-19 a ricordarcelo una volta per tutte, così come la guerra, quasi un secolo fa, fece apprezzare ai nostri avi il valore di un pezzo di pane, di un pasto frugale o – ad esagerare – di una fetta di carne.

LEONARDO FLORIO

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