“L’anno del dio morente”

L’opera prima del regista Domingo Rossi: un avvincente racconto ambientato a Turi
“Puglia, agosto 1988. A Turi fervono i preparativi per i festeggiamenti del Santo Patrono. Nell’atmosfera serena del paese, le viuzze del centro storico vedono sbocciare l’amore tra Anna e Damiano. Ma le temibili trame di un passato oscuro si intrecciano al presente. Inconsapevoli, i ragazzi si amano all’ombra di un pericolo che incombe sulle loro vite, in un crescendo di emozioni e colpi di scena”. Questa la trama de “L’anno del dio morente”, opera prima di Domingo Rossi, regista e film editor per cinema e televisione, che ha trascorso parte della sua vita a Turi. E proprio tra le vie del nostro paese si muovono i personaggi e le storie che animano l’avvincente romanzo. Invitandovi alla lettura del pregevole libro, proviamo a scoprirne qualcosa in più attraverso le parole dell’autore, che ci ha concesso il piacere di questa intervista.
Anno di nascita?
«Sono nato nel 1970 a Bari, ma dal 1978 al 1994 ho vissuto a Turi, il paese di origine di mio padre. Poi, la mia casa è stata Roma, fino agli inizi del 2020, data in cui ho fatto ritorno nella mia amata Puglia».

È uno scrittore professionista?
«Il mio percorso professionale ha trovato ampio spazio nel settore cinematografico e televisivo, iniziando come film editor nelle sale di montaggio e acquisendo, nel tempo, altre conoscenze e capacità lavorative, in qualità di regista e autore di filmati. Questo mi ha permesso di contribuire alla stesura di soggetti, comporre sceneggiature e creare format per nuove idee documentaristiche o di intrattenimento. Tutte attività strettamente vincolate alla scrittura, intesa come necessaria fase preparatoria alla creazione di filmati. Per questo, non posso considerarmi uno scrittore professionista, ma, se vogliamo, uno scrittore “allenato”.
“L’anno del dio morente” è la sua opera prima?
«Se mettiamo da parte soggetti e sceneggiature scritti su richiesta di enti o produttori cine-televisivi, non ho mai creato “fisicamente” un romanzo tutto mio prima d’ora, pur avendo tante storie da raccontare. “L’anno del dio morente”, con una ovvia metrica narrativa personale, ha il sapore e l’emozione della primogenitura, augurandomi di regalargli presto altri “fratelli”».
Senza “spoilerare” nulla, qual è il senso del titolo? Perché l’88 è l’anno del dio morente?
«È molto difficile per me rispondere a questa domanda, senza rischiare di dare anticipazioni sullo svolgimento del mio romanzo. In mio soccorso, però, può venire uno stralcio della splendida recensione fatta sul mio profilo Facebook da Giannalisa Zaccheo, una persona che mi onora da anni della sua amicizia. Cito testualmente: “… Amore, Passione, Amicizia, Famiglia, Prepotenza, Riscatto e Giustizia (divina) sono gli ingredienti di questo racconto immerso nella calura di agosto, in una luce accecante riflessa dalle chianche bianche del borgo antico, ‘tirate a lucido’ per la festa…”. Per quanto concerne l’anno, il 1988 è sempre stato riposto nel cassetto dei miei ricordi più vividi, dal quale ho potuto prendere spunti “tangibili” per l’excursus narrativo. Al di là del titolo, è soltanto un particolare periodo temporale che ha offerto elementi, nonché mancanze, utili alla costruzione della storia. Per fare un esempio, l’assenza di telefonini, a mio parere armi di “autotortura” di massa, ha contribuito a indirizzare su specifici percorsi le azioni dei vari interpreti, facendoli vivere con una libertà ormai perduta. Così come si sviluppano senza catene “elettroniche” gli eventi conseguenti. Sono stati sicuramente anni più veri, indimenticabili. Da raccontare».
Che legame c’è con la ragazza presente in copertina?
«La ragazza ritratta in copertina rimane un mistero anche per me. Avevo la necessità “grafica” di creare qualcosa che avesse un notevole impatto visivo, ma non avevo ancora le idee chiare. Finché, per puro caso, non mi è capitata tra le mani questa foto. Inutile sottolineare quanto mi abbia affascinato il soggetto e quanto si sposi bene con il mio racconto, ma quello che più mi ha colpito è stata la scoperta della sua età: una diciassettenne, come la mia Anna. Questo me lo ha detto la stessa “ragazza” della foto. E io mi fido ciecamente».
La storia di Anna e Damiano è realmente accaduta?
«Se si fa riferimento alla sola storia d’amore tra i due ragazzi, mi piacerebbe che si fosse davvero sviluppata come ho cercato di raccontarla nel libro, ma, ahimè, è solo il risultato di un intenso lavoro di fiction. Non posso negare che alcune “gesta” di Anna o di Damiano siano state realmente compiute. L’esito narrato, però, è volutamente differente dal reale, questo per dare corpo e fluidità alla storia. In particolare, la figura di Anna nasce dalla somma delle caratteristiche caratteriali e fisiche più affascinanti di ogni singola ragazza che ha realmente fatto parte della mia vita nel periodo in cui si svolge il romanzo».
All’interno del romanzo, Turi fa da scenario allo svolgimento dei fatti: quali luoghi e quali volti storici turesi appaiono?
«Mi sono concentrato fondamentalmente sui luoghi, panorami visti negli anni da un bambino diventato poi giovane ormai pronto alle sfide della vita. Sceglierlo come set nel quale ambientare il mio romanzo è stato abbastanza semplice, soprattutto per l’atmosfera “fotografica” che mi è rimasta impressa. È il caso della Cappellina, di Largo Pozzi, del Corso, della Chiesa Madre, del borgo antico e, ovviamente, della Villa. Insieme ad altri citati nel racconto, questi elementi architettonici sono realmente esistenti. Altri, invece, sono frutto di pura fantasia. Così come i vari interpreti che, al pari di Anna e Damiano, sono figure mai esistite pur se nate dall’osservazione, e dal ricordo, delle caratteristiche che hanno contraddistinto alcuni personaggi incontrati sulla mia strada. Caratteristiche che, poi, sono state applicate agli “attori virtuali” de “L’anno del dio morente” ed enfatizzate al solo scopo di rendere la narrazione più scorrevole e incisiva. Ma rimane un romanzo, una finzione, e, come tale, l’esternazione della semplice fantasia di un autore, senza alcun riferimento a individui vissuti o viventi».
Ha già in mente la prossima fatica letteraria?
«Questo romanzo ha assunto, per me, il ruolo dell’apripista. È diventato quindi piacevolmente inevitabile scrivere della mia Puglia di quei meravigliosi anni. Ovviamente, non trascurerò le mie esperienze “metropolitane”, altra fonte inesauribile di spunti per autori insaziabili. In ogni caso, è già in fase di creazione la mia prossima opera che, posso anticipare, vedrà ancora gli scorci de “L’anno del dio morente».
Un pensiero in libertà rivolto ai lettori turesi.
«A Turi c’è una parte della mia famiglia e tanti, tanti amici. Non posso certo negare il piacere di averli tra i miei lettori, ma credo che, prima, sia doveroso riabbracciarli tutti con lo stesso affetto che ci ha sempre legati. Vorrei anche ringraziare ogni collaboratore de “La voce del paese” per questa splendida opportunità. Grazie».