Alla ricerca del senso perduto

Speculazioni etimologiche su alcune espressioni turesi
ed una sfida di dialetto aperta a tutti
Pur consapevoli che di qualsiasi strumento si possa far uso in diversi modi, si suppone che tra questi ve ne siano alcuni più corretti e altri meno, se non altro in base ad un criterio di pertinenza. I gruppi social cittadini, ad esempio, in quanto spazi di condivisione e dibattito, hanno anch’essi un criterio di pertinenza secondo il quale regolare la scelta dei contenuti da postare: c’è chi lo usa come ufficio segnalazioni, chi come luogo in cui dar sfogo alla propria riscoperta vena delatoria, chi per spamming pubblicitario ecc. È opinione di chi scrive, invece, che certe piazze virtuali possano e debbano essere utili a condividere storie, riflessioni, materiale visivo, iniziative pertinenti alla nostra città e d’interesse per la popolazione turese.
Fortunatamente questa coerenza si rintraccia in alcune pagine come ad esempio “Borgo Turi”, “Turi iè bell”, “Turi com’era” e “Turi ai lov”. Al referente di quest’ultima, ovvero Andrea Lenato, abbiamo chiesto negli ultimi giorni di analizzare l’etimologia e il significato di “stangachiàzze”. Detto fatto. Successivamente, grazie ad alcune interazioni su “Sei di Turi se…”, è emerso un sinonimo, la variante “squagghiasòle”.
Ad onor del vero, però, questa piccola sinergia tra il gruppo cittadino e la pagina di Lenato nasce casualmente, in occasione di un post di “Turi ai lov” condiviso su “Sei di Turi se…”; anche qui, conseguentemente al contributo dei commenti postati da alcuni concittadini, si rinveniva ad una forma alternativa, in questo caso contraria, rispetto all’espressione posta originariamente in analisi. Procediamo con la dicotomia della prima coppia.
“Te stè mìne a’ spezzè” vs “Te stè mìne o’ gràtte”
Citando “Turi ai lov”, con “Te stè mìne a’ spezzè”, si intende dire metaforicamente “Ti stai buttando a spezzare!”, ovvero “Stai raccogliendo [le ciliegie] così velocemente da spezzare i rami degli alberi”.
«Un modo di dire – prosegue la spiegazione di Lenato – che si usa per rimproverare l’eccessiva solerzia di un soggetto che, non riuscendo a gestire la foga nel raggiungere un risultato, rischia di compromettere irrimediabilmente tutta la situazione. È interessante notare come molte frasi di utilizzo comune nel linguaggio tecnico-agricolo, con l’uso comune e ripetuto, assumano una valenza più proverbiale, quasi filosofica».
Insomma, essendo la saggezza contadina espressa con un linguaggio figurato ricco di riferimenti al mondo della campagna, non devono meravigliare alcune manifestazioni di schiettezza pura, immediata. Il “Te stè mìne o’ gràtte”, infatti, espressione destinata a colui che, contrariamente a chi “si butta a spezzare”, preferisce impigrirsi, non lascia spazio ad equivoci. In ogni caso restando interessante l’infinito sostantivato “gràtte”, che, in questa versione alternativa, sostituisce un più consueto infinito presente.
“Stangachiàzze” vs “Squagghiasòle”

La seconda coppia, invece, è di due termini tra loro sinonimi. Sempre citando “Turi ai lov”, “con “stangachiàzze” si intende colui che ama passare la maggior parte del suo tempo in piazza, magari con fare rilassato e in contrasto col frenetico andirivieni che caratterizza proprio il centro del paese. La ‘chiàzze’, il centro nevralgico, l’incrocio delle principali vie di comunicazione che permettono le attività produttive, ne ospita quindi, anche la nemesi: ‘u’ stangachiàzze’. La figura dell’untore che, consapevole della buona lena dei paesani, ne infetta la laboriosità alle fondamenta, magari con qualche irriverente battuta, con qualche giudicante sberleffo. E noi, che da osservatori esterni ci limitiamo a delineare i tratti di questa figura, di questa maschera da commedia dell’arte, non possiamo far altro che provare simpatia nei suoi confronti, che amarne la capacità di ricordarci che la vita non è solo lavoro e “cca i sòld, bisògna ppur strùscele”.
Successivamente Lenato, prova ad inquadrare l’etimologia di questo termine: «Andando più in profondità nelle parole poi, si scopre che “stangachiàzze” riunisce in sé, in una sola locuzione, la doppia origine etimologica della parola “STANGA”: da un lato “estanc”, ‘esaurito’ dall’antico occitano o forse dal latino volgare: stangum (class. stagnum) stagno, che sta là, che resta fermo; dall’altro, del tedesco “stängel” o “stengel”: bastone, ceppo (che è fissato la). Tutto questo, concludendo, abbinato a “CHIAZZ”: dal latino “plattus”, largo e schiacciato, ma anche dal tedesco “kletz”, sudicio, lordo, che si addice di più all’etimologia derivata dal greco “plax”, ovvero crosta, larga macchia, per sostituzione del “PL” per “CH” come spesso avviene nei dialetti di derivazione napoletana».

Dopodiché, c’è lo “scioglisole”: «Colui che non fa altro che starsene a squagliarsi al caldo. Nella società agricola – spiega Lenato – lo sdegno massimo è riservato a chi si sottrae al duro lavoro della campagna e lo “squaglia-sole” quasi se ne compiace, mettendo in crisi il binomio onore-lavoro e prendendosi una tintarella da vacanziere, più dell’abbronzatura da muratore che si addice al vero macho. È più saggio battersi contro la sorte, affannandosi per cercare di indirizzare il destino a proprio vantaggio o abbandonarsi al fluire degli eventi come fa u’ squagghia-sòle? Eppure quest’altra maschera turese, rappresenta la vita contemplativa che si limita a fissare il sole/Apollo, la divinità maschile della conoscenza appresa con lo sforzo della ragione, per ricondurla nell’alveo della saggezza che discende, che perviene senza sforzo (luna/donna/intuizione). Ricordiamo che ora siamo nella società del tempo libero = 0, dove ogni attimo della nostra vita, soprattutto quello non lavorativo, è invaso da una vera e propria commercializzazione del tempo. Social network, giochi online e passa-tempi organizzati, sono strutture che fanno merce del nostro bisogno di svago. Allora oggi più che mai, abbiamo bisogno di più squagghia-sòle e di meno ‘nzurrune, perchè anche il duro lavoro deve essere svolto con la consapevolezza di finalizzarlo, ad un tempo libero di qualità superiore».
«Anche l’etimologia – conclude Lenato – ci regala delle suggestioni interessanti, infatti “u’ squagghj” è “s-quagghj” cioè s/dis = il contrario di… quaglio: ciò che è quagliato, dal provenzale coagular e dal latino coagulare: che è rappreso. Quindi, u’squagghia-sòle è colui che non rapprende niente, che non ottiene niente di “solido” e di concreto dall’osservazione dell’astro. Da qui potremmo infilarci in funamboliche correlazioni col motto alchemico “solve et coagula” (Dissoluzione e composizione), ma non lo faremo. Ci basti questa lunga digressione in quello che sembra apparentemente solo uno stupido modo di dire, magari per ispirarne di ancora più profonde. Un sentito grazie a “Vince” per i suggerimenti».
SFIDA DI DIALETTO
Certi del fatto che quest’ultimo periodo stia riavvicinando tutti alle proprie radici e al senso della famiglia, nonché altrettanto convinti che la conoscenza e la speculazione su alcuni termini ed espressioni idiomatiche del nostro dialetto sia qualcosa di estremamente divertente e appassionante, invitiamo i nostri lettori a sfidare la nostra redazione, i gruppi virtuali e le pagine social come “Turi ai lov”, a tradurre e comprendere il senso e l’etimologia di parole turesi indecifrabili, simpatiche, curiose.
Nell’ultima puntata dedicata alle ricette e alle tradizioni turesi spiegate e raccontate da Lina Savino, si è materializzato dal nulla, come uno spaventoso buco nero di vocali, il verbo “’ndrèttegghiè”, le cui “e” che qui leggete, a parte quella finale, sono in realtà uno schwa (o scevà): in parole povere non si pronunciano, sono lì “per veduta”. Sperando di aver suscitato il vostro interesse, attendiamo vostre segnalazioni.
LEONARDO FLORIO