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Sant’Oronzo, proteggi questa città

L'invocazione di don Bozo

Da Turi a Nin, si alza l’invocazione al Santo che sconfisse la peste

L’arciprete don Giovanni Amodio ha invitato tutti i cittadini a esporre lo stendardo di Sant’Oronzo fuori dalle proprie abitazioni. La notizia è stata divulgata dal Comitato Festa Patronale attraverso i social ed ha riscosso una convinta adesione.

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Come spiega il Presidente Livio Lerede, «tanti cittadini ci hanno chiesto di invocare l’intercessione del nostro Patrono, affinché aiuti tutti noi a superare queste difficili settimane. Raccogliendo il sentire comune, il Comitato si è interfacciato telefonicamente con il nostro arciprete, chiedendo l’intronizzazione straordinaria di Sant’Oronzo. Tuttavia, don Giovanni ha chiarito che, in questo periodo liturgico, la Chiesa permette di esporre solo le statue del Santissimo Crocifisso e di Maria Santissima Addolorata. Inoltre, l’iniziativa potrebbe creare assembramenti di fedeli, che si recherebbero in chiesa anche solo per rivolgere una preghiera al nostro Patrono».

«Per queste ragioni – chiosa il Presidente – cogliendo l’obbligo di non uscire dalle nostre case, abbiamo pensato, insieme al nostro arciprete, di suggerire ai cittadini di esporre lo stendardo del Protettore di Turi fuori dai propri balconi, così da rivolgere un omaggio e una preghiera corale al Santo che sconfisse la peste. Rassicuriamo tutti che, dopo la Pasqua, saranno approntate iniziative religiose compatibilmente con l’andamento dell’epidemia e le disposizioni governative».

L’invocazione a Nin

L’iniziativa turese segue quella intrapresa dalla comunità croata, all’indomani della violenta scossa di terremoto che ha colpito la capitale, Zagabria, alle prime ore di domenica 22 marzo.

«Qualche settimana prima – racconta Stefano de Carolis – avevo condiviso sul mio profilo Facebook l’invito a pregare Sant’Oronzo martire, primo Vescovo di Lecce, protettore dalle epidemie, fulmini e terremoti.

Il 22 marzo, alle prime ore del mattino, ricevo la telefonata di don Mauro Bozo, parroco della chiesa di Sant’Anselmo a Nin. Mi informa del nefasto terremoto, vissuto poche ore prima, e mi confida di aver appreso dal mio post la notizia del Patronato di Sant’Oronzo. Nel corso della conversazione, nasce l’idea di invocare il nostro Protettore durante la celebrazione liturgica, che si sarebbe svolta a porte chiuse, poiché anche in Croazia erano scattate, proprio il 22 marzo, le misure sanitarie per il contenimento dei contagi da Covid-19».

Ed effettivamente, nella messa celebrata alle 10.30, don Mauro Bozo «ha invocato l’intercessione di Sant’Oronzo affinché ci liberi dalla pandemia. La cerimonia è stata trasmessa in diretta streaming della chiesa di Sant’Anselmo a Nin, dove si trova il reliquiario del nostro Patrono, e ripresa dalla Curia Arcivescovile di Lecce».

L’Annus Horribilis

Il dipinto del Coppola

«Come dicevamo, l’invocazione dell’intercessione di Sant’Oronzo – prosegue de Carolis – richiama il suo profilo di Protettore dalle epidemie, dai terremoti e dai fulmini. Difatti, secondo la devozione, il Patronato del primo vescovo di Lecce si lega alla peste che imperversò nel 1656 in Europa, abbattendosi duramente sull’allora Regno di Napoli. Il Salento rimase immune dal contagio: per i fedeli fu proprio la volontà di Sant’Oronzo a preservare la nostra terra. Va detto che si “salvarono” anche altri paesi della Valle d’Itria, molto probabilmente grazie alla consuetudine di ricoprire le mura con la calce viva (un prodotto che ha importanti proprietà disinfettanti) e alle disposizioni per il contenimento della diffusione dell’epidemia».

«È questo il periodo – precisa il ricercatore – in cui a Turi si riaccende la devozione di Sant’Oronzo: appresa la notizia che Lecce era stata “risparmiata”, i fedeli turesi iniziano a invocare l’intercessione del martire affinché li proteggesse dalla peste. E, sempre nel 1656, si afferma la tipica iconografia che possiamo vedere nel dipinto del Coppola, custodito nella Cattedrale di Lecce: il Santo è ritratto “spalleggiato” da un angelo che, con la spada fiammeggiante, scaccia la peste raffigurata come una vecchia cattiva».

La seconda ondata

«Tra la fine del 1690 e il 1692 – aggiunge de Carolis – una nuova epidemia funestò la Puglia, colpendo in particolare Conversano e i Comuni limitrofi. Il primo “untore” fu tale Giuseppe Schiavelli, uomo di fiducia dello spietato Conte Giulio Antonio II d’Acquaviva d’Aragona. Infatti, Schiavelli comprò, nottetempo e a contrabbando, pelli, tele e varie mercanzie da un barcone infetto, proveniente dall’altra sponda dell’Adriatico e approdato di nascosto a Ripagnola. La merce venne occultata a Conversano, innescando la diffusione della peste».

La tortura con il 'tratto di corda'

«Una volta morto Giulio Antonio II – continua il racconto – Schiavelli perse ogni protezione e decise di scappare verso Lecce, infrangendo la quarantena. Venne arrestato proprio durante il tentativo di fuga e fu portato a Bari, davanti alle autorità governative, per essere giudicato. Dopo essere stato interrogato sotto tortura con “il tratto di corda”, il “braccio destro” del Conte confessò di essersi rifornito da un mercante proveniente da Cattaro, Comune dell’odierno Montenegro, dove stava imperversando la peste. Condannato alla pena di morte, Schiavelli venne legato al palo davanti alla porta di Bari e fucilato con l’archibugio, come esempio del destino riservato a chi non si atteneva ai bandi sanitari. Infine, come da prassi, il suo corpo venne bruciato perché infetto».

«Lecce, così come Turi, uscì indenne anche da questa seconda epidemia. I devoti – conclude Stefano de Carolis – ancora una volta videro l’intervento miracoloso di Sant’Oronzo. In verità, dalla storiografia tramandataci, si ricava che i leccesi si salvarono poiché chiusero in tempo le porte della città; inoltre, il contagio fu contenuto dalle autorità sanitarie della Terra di Bari che, memori dell’Annus Horribilis, attivarono quasi immediatamente un rigoroso cordone sanitario, vigilato da duemila soldati, che chiuse tutti i territori infettati».

Fabio D’Aprile

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