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Cultura

“I bambini raccontano la Shoa”

Maria Teresa Milano (2)

La mostra “Binario 21” è stata aperta da Maria Teresa Milano

Proseguono le iniziative culturali dell’associazione Didiario – Suggeritori di Libri in collaborazione con l’associazione Casa delle Idee. «Lo scorso anno, in collaborazione con l’associazione “Figli della Shoah”, abbiamo la mostra “I disegni dei bambini di Terezin” – esordisce Alina Laruccia, presidente di Didiario. In occasione dell’inaugurazione di una nuova mostra dedicata alla Shoah intitolata “Binario 21”, il binario della Stazione Centrale di Milano dal quale partirono ventitré treni diretti ad Auschwitz e ad altri campi di concentramento, abbiamo invitato Maria Teresa Milano, dottore di ricerca in Ebraistica, formatrice e autrice di molte pubblicazioni tra cui la raccolta di storie “I bambini raccontano la Shoah”.

Maria Teresa Milano (1)

Presa di coscienza

Per capire da dove deriva il nostro approccio all’insegnamento della Shoah, occorre prima di tutto domandarsi: quando il mondo ha davvero visto quel che era successo nel terzo Reich? Un momento cardine è stato sicuramente il 1961 quando, con il processo al militare e funzionario tedesco Adolf Eichmann a Gerusalemme, è emersa sugli schermi delle televisioni di tutto il mondo quella che Hannah Arendt avrebbe poi definito la “banalità del male”, cioè quell’uomo, uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei, che sosteneva di non aver nulla contro di loro, ma di aver semplicemente eseguito gli ordini.

Dal punto di vista mediatico il processo ad Eichmann, che si concluse con la condanna alla pena capitale, costituì una presa di coscienza collettiva che non corrispose però automaticamente ad una riflessione collettiva. Bisognerà infatti aspettare il ‘68 quando in Germania i giovani chiesero per la prima volta ai loro genitori dove fossero stati quando tutto ciò era successo. Per l’Italia bisognerà aspettare ancora qualche anno.

La domanda delle domande

Questo libro, che è in realtà l’ultimo tassello di un percorso iniziato nel 2004, è nato dalla domanda: “Si può raccontare la Shoah ai bambini?”.

Quando io ero piccola non esisteva una letteratura tematica dedicata ai ragazzi; al massimo si leggeva qualche pagina di Primo Levi o del Diario di Anne Frank. La scarsità di materiale era però compensata dalla testimonianza orale del proprio nonno, del nonno dell’amica che era stato partigiano. La conoscenza avveniva quindi in una maniera molto naturale e soprattutto filtrata, laddove il nonno aveva il buon senso di raccontare solo quello che riteneva che noi potessimo capire o anche semplicemente ascoltare. Quest’era del testimone va però chiudendosi e a partire dal nuovo millennio si è posto il problema di come non dimenticare. Nel 2000, con l’istituzione del Giorno della Memoria, le scuole hanno iniziato a preoccuparsi di cosa fare e come farlo. Tra il 2003 e il 2004, quando cominciai ad occuparmi della Shoah, si generò un gran dibattito: come si parla della Shoah ai ragazzi? E, prima ancora, è davvero il caso di parlarne?

All’epoca i pareri erano contrastanti e in pochi sostenevamo che fosse possibile lavorare anche con i più piccoli, scegliendo con cura i materiali. Per l’Italia si trattava di una novità, ma altri stati, tra cui proprio Israele, avevano già avviato dei percorsi adatti a bambini di diverse età.

Come la storia diventa fiction

Con il passare degli anni si è verificato un progressivo sdoganamento del tema, non sempre trattato da figure professionali e preparate, e oggi ci troviamo davanti ad una situazione difficile da gestire. Tutto il lavoro che è stato fatto in questi anni sta sorbendo l’effetto contrario, perché, sono consapevole di andare controcorrente, è stato fatto troppo. Continuo a sentire che i bambini e i ragazzi non sanno abbastanza, che non si fa abbastanza. Non è vero, a volte sanno troppo e dunque non riescono più a gestire tutta la produzione letteraria, filmica, tutti gli studi e le ricerche che abbiamo rovesciato su di loro senza alcuna mediazione.

Tanti bambini hanno quindi sviluppati una familiarità con l’orrore che non è positiva, perché la narrazione non viene più percepita come realtà storica, ma come fiction, probabilmente anche come forma di autodifesa. In mancanza di una figura di tramite come quella del nonno, risulta loro difficile distinguere cosa è finzione e cosa è realtà. Questa storia è così complessa e così umana che spesso, nel tentativo di comunicarla, rischiamo di privarla proprio dell’umanità, soppiantata da numeri, dati, mucchi di cadaveri, camere a gas, marce della morte. Si sviluppa quasi una curiosità morbosa nei confronti di tutto questo.

I primi anni, probabilmente proprio a causa del forte dibattito che si era generato, si agiva piuttosto all’insegna della delicatezza, lavorando con i bambini attraverso narrazioni semplici di Lia Levi e Uri Orlev, due autori i cui racconti sono inseriti in questo volume.

La resistenza spirituale

Tutti i racconti contenuti nel libro narrano esperienze diverse, spesso sul filo dell’autobiografia, ma sono uniti da un unico filo conduttore che è la difesa della vita. Come spesso ripete Liliana Segre la forza della vita è straordinaria. È questo che dobbiamo trasmettere ai giovani oggi.

In particolare, Terezin costituisce uno straordinario esempio di resistenza, che dagli anni Ottanta è stata chiamata resistenza spirituale, che consiste nel rispondere all’imbarbarimento mantenendo la propria dignità di esseri umani. Gli internati cantavano, suonavano e ballavano per rispondere attivamente a quello che i nazisti tentavano di fare, cioè annullarli come essere umani. Terezin diventa quindi il ghetto delle contraddizioni, perché da un lato è per i nazisti lo strumento più efficace ai fini della propaganda, ma dall’altro è la più grande incarnazione dell’umanità dell’uomo.

Pur trattandosi di un microcosmo in una realtà di prigionia, i numeri sono sorprendenti: seicento rappresentazioni in quattro anni, cento opere scritte in loco, più di duemila conferenze, migliaia di disegni e poesie, nove giornalini. Proprio agli educatori di Terezin, che i bambini descriveranno in seguito come angeli, dobbiamo rivolgere il nostro sguardo. Quanto è difficile in una situazione così compromessa mantenere la lucidità per sé stessi e al tempo stesso riuscire anche a trovare la forza di tutelare i più piccoli. Spesso mi sono chiesta: avrei avuto il coraggio di nascondere qualcuno? Avrei avuto la capacità di capire per tempo quello che stava succedendo? Avrei avuto il coraggio di avere cura di qualcuno che non fossi io? Naturalmente non posso darmi una risposta, perché noi…

Non possiamo capire

Piotr Cywi?ski, il direttore del museo di Auschwitz nel suo libro “Non c’è una fine” scrive: “Tutti i giorni io ho due problemi. Il primo è spiegare a mio figlio che lavoro faccio. Il secondo è guardarmi attorno e capire che io non capirò mai”. Se a dirlo è il direttore del museo, come possiamo aspettarci che un quindicenne possa capire? Eppure leggendo la lettera di Ilse Weber al figlio che chiede “Giochi ancora con i soldatini di piombo? […] Temo che nessuno ti canti ninne nanne», qualsiasi donna percepisce e comprende lo strazio di doversi separare dal proprio figlio.

Ho avuto la fortuna di collaborare a lungo con l’autore israeliano Uri Orlev, che ha vissuto l’esperienza del ghetto di Varsavia e del campo di concentramento di Bergen-Belsen; il suo desiderio era quello di raccontare ai ragazzi due cose: la fame e la paura.

La fame non è più comprensibile per un bambino di oggi che mangia almeno cinque volte al giorno. Così assieme agli insegnanti di scienze invita gli studenti a calcolare quali cibi possono fornire la stessa quantità di kcal a cui aveva diritto un ebreo, non più di 350 al giorno.

Spesso ai ragazzi chiedeva: “Chi di voi è stato dimenticato a scuola?”. Non tutti, ma molti alzavano la mano. «Pensate quando all’uscita, siete lì, tutti compagni vanno via e rimanete da soli. Magari vostra madre arriva dopo soli dieci minuti, ma a voi è sembrata un’eternità. Ora immaginate cosa possa significare essere lasciati dal proprio papà che ti dice: io devo andare via ma tu mi aspetti, non importa quanto, se una settimana, un mese o un anno».

Bisogna lavorare con i bambini su qualcosa che possono comprendere, che fa parte cioè della loro quotidianità. La camera a gas è soltanto il punto di arrivo, un’immagine sicuramente forte, che nei ragazzi nati negli scorsi decenni, fino agli anni ‘80, provocava uno forte choc, smuoveva le loro coscienze. Ma oggi non è più così. Siamo troppo spesso desiderosi di colmare quel vuoto di informazioni che abbiamo vissuto noi, ma che non è il loro, che al contrario hanno un surplus di informazioni. In questo modo abbiamo sortito la reazione contraria e i ragazzi si sono assuefatti perché da quando avevano sei anni sentono ripetere sempre le stesse cose, sempre gli stessi slogan.

Affinché non succeda mai più

Quante volte abbia sentito dire e abbiamo ripetuto la frase “affinché non succeda mai più”. Ma cosa non deve succedere più? I campi? Certamente, ma voglio sperare che l’Europa di oggi non possa istituire nuovi campi. Non deve succedere più che quando vedo un male davanti a me giro la testa dell’altra parte. Di nascondermi dietro un dito.

Spesso quando i ragazzi guardano le immagini della propaganda nazista e fascista, increduli chiedono: ma come facevano a crederci? Se oggi ci sembra strano è perché gli insegnanti e educatori ci hanno offerto le chiavi di lettura per interpretare la realtà storica. Ma come facciamo a credere a tutto quello che circola in internet? Non è poi così diverso, non siamo mica più furbi.

Antisemitismo 2.0

La fondazione CDEC, il centro di documentazione ebraica di Milano, raccoglie gli atti di antisemitismo fisici o verbali che avvengono quotidianamente nel nostro paese. Quel che circola in rete è però difficilissimo da monitorare, ancor di più da gestire. Del tutto impossibile è invece intercettare tutto quel che viene scambiato attraverso i canali di messaggistica quali WhatsApp, dove spesso circolano meme antisemita, anche tra ragazzi davvero piccoli di soli undici anni. Spesso i genitori non sono a conoscenza di quel che c’è sui cellulari dei propri figli e quando lo scoprono spesso tendono a sminuire la gravità dei contenuti e delle intenzioni. In questo modo noi adulti andiamo in conflitto e in contraddizione con noi stessi. A cosa serve istituire una Giornata della Memoria sei tutti gli altri giorni ci disinteressiamo?

L’epoca del mordi e fuggi

Come ha testimoniato il recente caso di Mondovì, la velocità con cui circolano le notizie è sempre più sorprendente; in un batter d’occhio una foto diventa virale, tutti la condividono, ma a chi importa capire cosa è successo davvero? Chi, in reazione allo sdegno, ha sentito la necessità di agire, di approfondire? La reazione al caso di Mondovì è stata la fiaccolata davanti alla casa incriminata alla voce di “Siamo tutti Lidia Rolfi”. Prima eravamo tutti Charlie Hebdo, poi eravamo tutti Bataclan, la settimana prossima saremo tutti qualcos’altro. Ma non fraintendetemi, non voglio far polemica sull’espressione di vicinanza del popolo, ma occorre chiedersi qual è poi il risvolto. Quante tra quelle seicento persone che hanno manifestato con le candele in mano han poi letto “Le donne di Ravensbrück”?

E invece sono passati dieci giorni e l’hanno già dimenticato tutti. Diventa quindi molto difficile lavorare con i ragazzi in un mondo in cui è tutto mordi e fuggi, in cui conta solamente la sensazione del momento, la reazione di pancia. L’emotività è certamente fondamentale, ma deve costituire il punto di partenza di una riflessione e non il punto di arrivo.

Quando hanno chiesto a Marek Edelman, sopravvissuto della rivolta del ghetto di Varsavia, cosa dobbiamo insegnare ai nostri bambini, lui ha risposto: «Una sola cosa: fin da quando sono piccoli: a distinguere il male, a riconoscerlo quando lo vedono».

Un’insegnante di etica direbbe che sulle categorie di bene e male c’è molto da discutere, ma esistono mali che sono incontrovertibilmente riconoscibili come tali. Tutte queste storie diventano per noi un modello per capire come riconoscere e affrontare il male.

Damiano Barbieri

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