Turi e il basket che fu…

Da Kobe Bryant al prof. Biagio Elefante e a quella canotta granata dai bordi bianchi che non rivedremo mai più
Lo scorso 26 gennaio è scomparsa una leggenda: Kobe Bryant, stella dei Los Angeles Lakers, idolo di generazioni di amanti della palla a spicchi e modello di riferimento di tanti atleti professionisti che in lui hanno visto un esempio, anzi l’esempio da seguire per poter diventare dei campioni.

Spiegare a parole la sua carriera è impresa ardua e non basterebbe un articolo di giornale: forse potremmo far riferimento ai 5 titoli NBA conseguiti con la canotta giallo-viola o ai 33.643 punti realizzati sul parquet che lo inseriscono al quarto posto nella classifica dei cestisti più prolifici del basket statunitense, dietro soltanto a LeBron James, Karl Malone e Kareem Abdul-Jabbar. Ma davvero anche questi numeri non basterebbero a rendergli giustizia, perché tantissimi sono i premi individuali che hanno scandito il suo percorso sportivo.
Oltre l’atleta non va dimenticato l’uomo, l’elevata caratura morale di Kobe, la vittoria di un Oscar ottenuta grazie ad un toccante cortometraggio animato ispirato alla lettera d’addio con cui pochi anni fa lo stesso Black Mamba annunciava il suo ritiro dal basket. Dobbiamo farcene una ragione: Bryant se n’è andato e con lui la figlia 13enne Gianna ed altre 7 persone presenti su quell’elicottero che lo scorso 26 gennaio si è schiantato in California, lasciando mezzo mondo nello sconforto più totale.
Il potere dello sport è enorme, ma spesso passa in sordina, oscurato dalle nubi del gossip, del denaro, almeno fino a quando la sorte non propone un episodio talmente da forte da risvegliare le nostre coscienze: la morte di Bryant, con le conseguenti lacrime versate da milioni di uomini e donne di tutto il mondo, è uno di questi.
L’eco di questa notizia ha raggiunto anche Turi che, seppur distante anni luce da Los Angeles, vanta anch’essa nel suo territorio la presenza di tanti appassionati della pallacanestro: forse perché tanti anni fa le reti nazionali trasmettevano gratuitamente le partite di NBA, o magari perché a Turi c’era quel compianto Biagio Elefante, professore di educazione fisica dagli occhi glaciali e dal cuore d’oro, che a scuola insegnava ai suoi ragazzi uno sport diverso dal “solito” calcio, stimolando una passione che tutt’ora vive nei loro cuori.
Volendo guardare, invece, al passato più recente, poco prima del 2010 a Turi c’è stato persino qualche “folle” che ha pensato di creare una società di pallacanestro, con non pochi sforzi: la canotta era granata coi bordi bianchi e gli sponsors erano quelli di Andrea Saffi e ComputerMania di Michele Trombetta. Contrariamente a quello che potremmo pensare oggi, tantissimi ragazzi accolsero l’iniziativa come un’occasione di praticare un gioco diverso, senza doversi spostare altrove, lontano da Turi: ne ricordiamo almeno una ventina, di età compresa tra gli 8 e i 18 anni; non mancava inoltre lo zoccolo duro composto da giocatori adulti, anche over30, alcuni di loro nemmeno residenti nella nostra città. Ci si allenava nella palestra delle scuole medie, anche qui con non poche difficoltà dovute alle autorizzazioni, al campo angusto e alle condizioni di sicurezza della struttura.
L’avventura, almeno quella societaria, durò un paio di anni prima di concludersi. Ciononostante, quello zoccolo duro ed alcuni ragazzi continuarono ad incontrarsi per un 3vs3 o un 4vs4 “all’americana” o, se le adesioni lo permettevano, per uno sfiancante 5vs5 a tutto campo; d’altronde col tempo si erano avvicinati giocatori di Putignano, attratti per l’unica volta nella loro vita dalla nostra città. Le difficoltà, tuttavia, stentavano a trovare una soluzione definitiva e, anche a causa delle temperature infernali che in estate rendevano irrespirabile l’aria della palestra, il gruppo finì per spostarsi al campo sportivo, montando il canestro a proprie spese e rischiando la vendetta di un intero nido d’api che aveva preso residenza laddove regnava (e tutt’ora regna) l’incuria e l’abbandono. Quel passo fu fatale, perché, pian piano, quella magia e quel gruppo svanirono, salvo poi ripresentarsi parecchi anni dopo sul campetto di San Pietro Piturno e all’interno di una palestra scolastica putignanese.
Questa è la storia recente del basket turese, una realtà che oggi definiremmo, senza iperbole, utopica, folle, impossibile, irrealizzabile, morta. Forse, eppure ne dubitiamo, questo sport avrebbe oggi una casa, magari nel nostro palazzetto che, almeno all’origine, fu pensato per accogliere tante discipline e non certamente le sole due, certamente bellissime, del calcio a 5 e della pallavolo. Forse, eppure ne dubitiamo, oggi sarebbe possibile rifondare una squadra maggiore, un settore giovanile e partecipare ad un campionato o, come all’epoca, a qualche amichevole contro le realtà cestistiche limitrofi di Conversano, Casamassima e Putignano. E ancora, forse a Turi c’era qualche ragazzino che tirava a canestro come Kobe Bryant, considerando il fatto che la leggenda statunitense era qui in Italia, in qualche palestra di paese, dai 6 ai 13 anni. O magari questo è solo un inutile vaneggiare, perché Turi non aveva, non ha e non avrà mai giocatori di pallacanestro da offrire a qualsiasi società di livello professionistico. Il problema, però, è che non lo sapremo mai. Anzi, il vero problema è che tanti ragazzi turesi hanno perso la possibilità di innamorarsi di uno sport, di crescere seguendo l’esempio di un campione e di piangerlo per tutto ciò che ha rappresentato. E questo vale per il basket, come per tante altre discipline che qui a Turi non esistono, a differenza di tutte le altre città che ci circondano e che non possiamo che guardare dalla distanza siderale della nostra arretratezza in ambito sportivo.
LEONARDO FLORIO