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Il Comune di Turi a fianco della Coldiretti

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La Giunta Comunale, su iniziativa dell’Assessore Antonello Palmisano, ha sostenutola protesta della Federazione Provinciale Coldiretti di Bari, volta a dire “No” alla ratifica del CETA, l’accordo di commerciale tra Unione Europea e Canada che nei giorni scorsi ha visto anche un’accesa protesta a Montecitorio. Un sit in, organizzato da Coldiretti insieme alla campagna Stop TTIP Italia, Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch, contro un trattato che causerebbe danni sostanziali all’agricoltura italiana, alle produzioni di qualità, ridurrebbe i diritti del lavoro e aprirebbe all’importazione di sostanze chimiche vietate e combustibili inquinanti, minando conquiste sociali e standard ambientali. Il principio di precauzione potrebbe essere messo in secondo piano rispetto alle esigenze del commercio, con possibili ripercussioni sulla sicurezza alimentare e la salute dei cittadini. Preoccupazioni anche per i servizi pubblici, che il CETA non proteggerebbe a dovere, così come per il temuto tribunale speciale per gli investimenti, grazie al quale le grandi imprese estere potrebbero chiedere compensazioni virtualmente illimitate agli stati che approvassero regolamentazioni lesive dei loro investimenti.

In accordo con i timori avanzati dalla Coldiretti, il nostro Comune, con la delibera n. 86 dello scorso 3 luglio, ha espresso il proprio sostegno alla Federazione, impegnata in questi giorni a far sì che il Governo non voti la ratifica dell’accordo, impedendo l’entrata in vigore del Trattato in via provvisoria, nella direzione di ragioni di scambio improntate alla democrazia economica ed alla salvaguardia dei diritti dei consumatori e delle imprese.

La richiesta di fermare la ratifica dell’accordo UE-Canada, prevista per il 25-27 luglio, come ha fatto il nostro Comune, viene da numerose Regioni, che in questi giorni si sono schierate con delibere di dissenso nei confronti del CETA.

Ma vediamo in dettaglio di cosa si tratta: il CETA si pone come obiettivi fondamentali quello di procedere alla progressiva liberalizzazione degli scambi, assicurando alle “merci dell’altra parte” il trattamento disposto a livello nazionale; avviare un’attività di riduzione o soppressione reciproca dei dazi doganali; assicurare l’astensione dall’adozione o dal mantenimento in vigore di divieti o restrizioni all’importazione merci dell’altra parte o all’esportazione alla vendita per l’esportazione di merci destinate al territorio dell’altra parte. All’entrata in vigore dell’Accordo è previsto l’annullamento di circa il 98% di tutte le tariffe dell’Unione europea e condurrebbe ad un sistema di competizione selvaggia e senza limiti.

Inoltre, nel CETA non vi è clausola che comprenda il tema dei diritti dei lavoratori e, con riferimento al settore agricolo, il Canada potrà eliminare i dazi per il 90% dei prodotti agricoli al momento dell’entrata in vigore dell’accordo e per il 91,7% dopo una transizione di sette anni. L’Unione europea, d’altra parte, eliminerà il 92,2% dei dazi agricoli all’entrata in vigore dell’accordo ed il 93,8% dopo sette anni. I vantaggi derivanti dall’Accordo sono apparenti, considerando, ad esempio, che l’Italia importa dal Canada 1,2 milioni di tonnellate di grano duro ed esporta in Canada circa 23.000 tonnellate di pasta soltanto, vale a dire circa l’1,4% delle esportazioni mondiali di pasta che ammontano ad oltre 1 milione e seicentomila tonnellate l’anno.

L’abbattimento istantaneo e quasi totale dei dazi attiva, inoltre, significativi flussi di importazione competitiva sotto il profilo dei prezzi, ma con scarsi standards qualitativi e di sicurezza, a fronte della mancanza di un sistema di regole che tuteli i consumatori e che assicuri evidenza e trasparenza sull’origine delle materie prime.

Il CETA semplifica e vanifica il complesso sistema di regole di produzione, di protezione della qualità e dell’ambiente vigente a livello comunitario e nazionale, rispondendo all’unico criterio della facilitazione commerciale ed affidando valutazioni e giudizi di conformità e responsabilità, in modo permanente, a più di una decina di Commissioni apposite create dal Trattato e sottratte allo scrutinio giurisdizionale, tecnico e parlamentare, sia di livello comunitario, sia nazionale.

Sul fronte dell’export agroalimentare, all’Italia sono riconosciute appena 41 indicazioni geografiche a fronte di 291 Dop e Igp registrate; con la conseguente rinuncia alla tutela delle restanti 250 ed impatti gravissimi sul piano della perdita della qualità del nostro made in Italy. La tutela delle indicazioni geografiche riconosciute non impedisce l’uso in Canada di indicazioni analoghe, per coloro che abbiano già registrato o usato commercialmente tale indicazione: si potrà continuare a vendere “prosciutto di Parma” canadese, in coesistenza con quello DOP italiano. Contemporaneamente, il CETA consente le “volgarizzazioni” legate ai nomi dei prodotti tipici dell’italian sounding (ad esempio, il Parmesan) e la convivenza sul mercato con le denominazioni autentiche dei nostri prodotti. Per alcuni prodotti (asiago, fontina, gorgonzola) è consentito in Canada l’uso degli stessi termini, accompagnato con “genere”, “tipo”, “stile” e da una indicazione visibile e tangibile dell’origine del prodotto, fatto salvo il caso dei prodotti immessi sul mercato prima del 18 ottobre 2013, che possono essere commercializzati senza alcuna indicazione.

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