Tre giorni di evangelizzazione nel Carcere di Turi

Tre giorni di incontri, tre momenti di confronto e di riflessioni realizzati tra il 28 e il 30 gennaio presso la Casa di Reclusione di Turi. A compierli, alcuni volontari della diocesi di Conversano – Monopoli e tra loro, Anna Lisa Pontrelli, Laura Cistulli e Packy Girolamo, volontarie turesi che abbiamo ascoltato al termine di questi tre giorni di “Misericordia, nessuno escluso!”.
È per loro il terzo anno di missione, un’iniziativa promossa dalla Consulta diocesana, dalla consulta zonale dei giovani di Turi e dal cappellano del carcere don Nicola D’Onghia. Ancora chiara e palpabile, nel loro sorriso, la forte esperienza che, ancora una volta, le ha condotte all’interno di quelle mura che per molti sembrano l’accesso ad una realtà lontana da noi, ma che nascondono sentimenti e sensazioni che hanno bisogno di essere ascoltate e raccontate. Dodici ragazzi, dodici volontari provenienti dai paesi della diocesi, accompagnati da don Nicola D’Onghia, don Stefano Mazzarisi e don Vito Castiglione Minischetti che si sono messi a disposizione dei carcerati e parlato con loro della Fede e del Signore.

Prima in gruppo, poi tutti insieme, hanno concentrato l’attenzione sui simboli del Giubileo: la porta e il logo del Giubileo, quest’ultimo diviso in 4 parti – il padre misericordioso, l’uomo smarrito, il motto “Misericordiosi come il Padre” e i cerchi di colore differente. Come fosse tutto un gioco, anche le parole della chiesa si sono semplificate a raccontare le loro emozioni. “Abbiamo parlato della porta e fatto scegliere loro, tra varie porte di vari colori e forme la porta che più li rappresentava o che li riconduceva a un ricordo personale. Dal discorso è venuto fuori il pensiero: “dobbiamo tutti apprendere da Dio e diventare apprendisti di Dio”. Molto bello!” – ha commentato Packy Girolamo.
“Il secondo giorno – ha proseguito rispondendo alla nostra curiosità di come si siano svolte le giornate in Carecere – c’è stata la condivisione del pranzo in cella e la possibilità di ascoltare le loro storie, e loro si sono sempre dimostrati contenti e ospitali, infatti per il pranzo si sono impegnati tanto e offerto di tutto.
Poi si è parlato delle opere di misericordia, spirituali e corporali e anche lì è venuto fuori che sono disponibilissimi a dare da mangiare a un fratello più povero, ma per il perdonare le offese c’è ancora un bel po’ di cammino da fare! Come simbolo e impegno ognuno ha lasciato il proprio nome su una porta sulla quale erano scritte le opere di misericordia”.
Così il terzo giorno si è aperto con una lettura: la lettera di don Primo Mazzolari “Impegno con Cristo” e “ognuno ha espresso la sua volontà ad impegnarsi in qualcosa che riguarda la propria vita. Poi c’è stata la celebrazione eucaristica nella quale un fratello musulmano è stato battezzato, cresimato e ha ricevuto l’eucarestia diventando cristiano cattolico” – ha continuato la volontaria.
Ma come vivono i carcerati queste missioni di evangelizzazione? “Loro sono contenti di queste iniziative. Anzi alcuni ci hanno chiesto di ritornare perché è bello avere momenti in cui ci si scambia opinioni o esperienze di vita perchè incontri come questi, nella vita quotidiana, o non vengono organizzati o, i troppi impegni, li fanno passare in secondo piano e quindi non si partecipa”.
Che età aveva il gruppo col quale avete lavorato? Li conoscevate e sono stati gli stessi degli anni precedenti? “No, Non li conoscevamo e le età sono varie dai 25 ai 40 e più”.
Quello che ha lasciato a loro non possiamo chiederlo, ma cosa ha lasciato a voi volontari? “Ti posso dire – racconta ancora emozionata Packy – che siamo entrati con la voglia di ascoltare loro e vedere come e cosa pensano di noi giovani, attraverso questi spunti di riflessione. Tra curiosità e un po’ di timore iniziale, poi il dialogo è diventato molto bello e sincero perché abbiamo portato quello che noi giovani siamo, le esperienze che viviamo nel nostro cammino di fede. Loro forse all’inizio avevano un po’ di pregiudizi, ma in fondo nessuno vuole giudicare e nessuno può farlo. Proprio per questo erano contenti di parlare ed esprimere i loro pensieri”.