Con Franco Schonheit per conoscere e non dimenticare

Rinnova l’appuntamento con la sua tradizione, l’ITES “S. Pertini” di Turi, scrivendo Franco Schonheit nel suo corridoio di testimonianze della Shoah nazista.
Nella settimana della memoria, nella mattinata di venerdì 30 gennaio, l’Auditorium dell’Istituto turese ha riaperto una delle pagine più tristi del libro di storia contemporanea.
In un percorso avviato dal 1999, “prima ancora che si istituisse la Giornata della Memoria”, l’Istituto turese, per un giorno, ferma la sua programmazione, per conoscere, riflettere, commentare quello che tra gli Olocausti ha scatenato e continua a suscitare critiche e commozioni; paure e stupore; suggestione e incomprensione.
Vestito a festa, l’Ites di Turi ha accolto Franco Schonheit, deportato nel lager di Buchenwald ed oggi, all’età di 88 anni, a Turi “una delle dieci tappe nazionali” – come lui stesso ha tenuto a precisare.
“Ringrazio il professor Buonaccino, vera anima di questa giornata” – ha espresso il dirigente scolastico, prof. Andrea Roncone, salutando tutti i presenti. In prima fila, l’Assessore alla cultura e vicesindaco, Lavinia Orlando, il Comandante della stazione dei Carabinieri, il Maresciallo Giovanni Sacchetti, il Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo “Resta – De Donato Giannini”, prof. Ferdinando Brienza, con una rappresentanza della scuola, l’ex dirigente scolastico del “Pertini”, il prof. Erminio Deleonardis, una rappresentanza dell’Ites “Montale” di Rutigliano e la presidente del Consiglio d’Istituto, la signora Angela Cicerone.
Un percorso attraverso quello che rappresenta il legame che la scuola di Turi ha stretto con i deportati di questa “stupidità del male”, ha rappresentato l’arrivo del testimone che poi, salito sul palco, accompagnato da un lungo applauso, ha presto ricordato Nedo Fiano. “Ho visto la sua foto nel corridoio della scuola e vi racconterò quello che lui forse non ricorda”. “Fiano ha memoria della sua prigionia ad Auschwitz, ma rischiò di morire proprio a Buchenwald”.
LA TESTIMONIANZA – Quello di Buchenwald fu uno dei più importanti campi di concentramento e di sterminio nazisti situato sul suolo tedesco. Fu costruito su una collina boscosa dell’Ettersberg (Buchenwald significa letteralmente Bosco di faggi) e qui furono internati circa 250.000 persone. Più di mille italiani trovarono la morte.
Ma è la capacità di vincere e affrontare quella politica di annientamento ad aver permesso a Franco Schönheit, ferrarese (1927), di sopravvivere al campo di concentramento e di riprendere in mano la sua vita. “Non volevo regalare al fascismo gli ultimi due anni della mia vita”. “Così – ha raccontato il testimone – appena a Ferrara, mi rimboccai le maniche e ripresi presto a studiare”.
Uno spirito combattivo, una forza d’animo da leone, una capacità di affrontare e non farsi abbattere da quanto vissuto, ha permesso al testimone ferrarese di superare il periodo di deportazione, riprendere in mano la sua vita e andare avanti. Uno spirito dimostrato anche nella mattinata scolastica quando, in barba alla sua età e al tema trattato, sempre in piedi, dinanzi al grande pubblico di studenti del triennio, ha ascoltato e risposto alle diverse domande che gli sono state poste.
Il 5 agosto del 1944 Schönheit arrivò a Buchenwald su un treno dopo quattro giorni di viaggio e fu liberato l’11 aprile dell’anno successivo. “Appena arrivai al campo, capii che dovevo imparare almeno 1000 parole in tedesco: perché lì non ti chiamavano mica per nome”. “Eri solo un numero!”.
Schönheit ha sottolineato più volte la fortuna avuta in alcuni momenti che gli hanno permesso di sopravvivere, ma ricorda anche, come quella fortuna, fosse in parte frutto di una condizione psicologica non comune fra gli internati, il “coraggio dell’incoscienza, la certezza di potercela fare e di dover rischiare per poter sopravvivere”, in costante lotta contro i pessimisti.
IL VIDEO – A raccontare le mostruosità avvenute nel campo di Buchenwald, un video preparato per l’occasione e mostrato alla vasta platea. Un documento di quanto non solo la sperimentazione sugli uomini, ma anche la follia della razza, ha realizzato. Buchenwald fu il campo dove maggiormente fu sperimentato l’annientamento per mezzo del lavoro. I prigionieri troppo debilitati venivano uccisi per mezzo di iniezioni di fenolo, somministrate dai dottori delle SS. Molti altri, invece, morivano ingerendo veleno messo nei cibi o di tifo, anche questo iniettato nei prigionieri a loro insaputa. “Nel blocco 50, dove i medici nazisti facevano gli esperimenti medici di ogni genere, la pelle dei prigionieri che avevano tatuaggi, dopo l’uccisione, fu conciata, e utilizzata per fare copertine di libri, schienali per poltrone o paralumi per Ilse Koch, “la strega di Buchenwald”. Teste ed organi conservati in teche ed esposti in musei personali, come reperti preziosi, furono mostrati ai tedeschi all’indomani del’apertura dei cancelli del campo. “Il 16 aprile 1945, «un’ordinanza del comandante americano», costrinse mille cittadini di Weimar a visitare il campo per la visione di “reperti” riguardanti un orrore ancora visibile dopo la liberazione” – si ascolta dal documentario mostrato. “Fu organizzata una sorta di “mostra degli orrori” dei crimini perpetuati dai nazisti. Lo scopo era quello di mostrare ai cittadini ciò che fecero i loro connazionali nazisti, e di far capire di quali crimini anche essi si erano resi implicitamente complici, poiché molti avevano asserito di non sapere che cosa era successo a pochi chilometri dal luogo in cui vivevano.
I cittadini di Weimar, per la maggior parte persone anziane, sfilarono in una sorta di processione a due a due attraverso un corridoio formato da due file di militari che condussero i visitatori in un percorso “macabro” e preordinato dei diversi blocchi. La visione comprendeva: camion stracolmi di cadaveri, mucchi di cadaveri in terra, fosse comuni con centinaia di morti, luoghi fatiscenti dove i prigionieri vivevano, un “campionario” di internati scheletrici con visi emancati e occhi infossati, che si trascinavano a stento.
Su dei tavoli all’aperto, inoltre, erano stati posti in mostra diversi pezzi che dimostravano la crudeltà degli “artigiani nazisti” di Buchenwald: Paralumi fatti di pelle con tatuaggi degli uccisi, teste umane miniaturizzate di alcuni prigionieri esposte come trofei, posaceneri fatti da vertebre umane.
Sgomento, pianto ed incredulità, furono le reazioni alla vista”.