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Cultura

Da Turi per Fratel Biagio Conte

Il gruppo dei turesi con Fratel Biagio Conte

Don Nicola, Fratel Biagio Conte, Don Gaetano e Don Ciccio

“È stata un’esperienza davvero emozionante” –ha commentato Damiano Pascalicchio, uno dei giovani turesi all’indomani dell’incontro con una persona che possiamo ben dire “speciale”. Nella serata del 5 dicembre, infatti, un gruppo nutrito di turesi, accompagnati da don Nicola D’Onghia e Don Ciccio Aversa sono giunti nella Basilica Cattedrale di Monopoli”Maria SS. Della Madia”, per assistere e conoscere la storia di Fratel Biagio Conte.  Come San Francesco, Fratel Biagio Conte ha messo da parte gli ori e le ricchezze e si è dedicato, da 19 anni, ai poveri, alle periferie delle città, ad aiutare e sostenere chi non ha nulla. A raccontarlo, proprio lui, in una serata densa di emozioni.

“Mancano panni e fuoco” è il titolo del concerto testimonianza organizzato dalla pastorale giovanile di Conversano-Monopoli, in collaborazione con la Caritas diocesana, presso la cattedrale di Monopoli con il coro diocesano ‘Madre dell’Unità’.

I rgazzi di Turi con il missionario

“Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso” – inizia così il racconto di Fratel Biagio Conte. Lunghe camminate, una vita da eremita e “nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto”.Da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia giunse fino ad Assisi, “da San Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo”. Ebbe così inizio il progetto “Missione”, la sua vita dedicata ai più poveri dei poveri. “Gesù ha voluto che la Missione nascesse proprio nelle strade di Palermo; partendo dalla stazione centrale tra i vagoni e le sale d’aspetto, angoli di strada, marciapiedi, panchine dove tanti fratelli dormivano e passavano intere giornate tra l’indifferenza più assoluta” – ha aggiunto Fratel Biagio Conte. “La società li chiama: barboni, vagabondi, giovani sbandati, alcolisti, ex detenuti, separati, prostitute, profughi, immigrati; ma dal momento che ho sentito il coraggio di incontrarli ed abbracciarli, li ho chiamati fratelli e sorelle, senza farli sentire inferiori o diversi da noi tutti”.

Non tornò più nella casa natia, “per condividere per sempre la mia vita con i fratelli ultimi”, avviando così la Missione che “sentii di chiamare Missione di Speranza e Carità”.

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