Per un futuro migliore serve la dignità del presente

Cgil e Uil torneranno sul piede della protesta il 12 dicembre, in uno sciopero generale che coinvolgerà tutti i settori. “Per il lavoro, per un futuro migliore, c’è bisogno di dignità del presente”: è questa la frase d’ordine che animerà tutti i lavoratori, per chiedere a Governo e Parlamento di cambiare in meglio la legge sul lavoro e la legge di stabilità, rimettendo al centro il lavoro, le politiche industriali e dei settori produttivi fortemente in crisi, la difesa ed il rilancio dei settori pubblici e la creazione di nuova e buona occupazione. A tal proposito, abbiamo chiesto al consigliere comunale Vito Notarnicola, coordinatore della Cgil di Turi, di tornare sull’argomento e rispondere ad alcune domande che ci aiutino a comprendere meglio ciò a cui si sta andando incontro con il jobs act.
La libertà di licenziare senza giusta causa (abolizione art. 18) incentiva le imprese ad assumere a tempo indeterminato? Elimina il lavoro precario? È ovvio che le aziende preferiscano avere le mani libere per poter gestire i costi del personale, che molto incidono sui complessivi costi di gestione. Avere dipendenti con contratti a tempo indeterminato ed a piene tutele (come prevedeva l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella formulazione originaria) non consente alle imprese la possibilità di usufruire di quella flessibilità che molte pretendono, tanto in ingresso quanto in uscita; tale problema, comunque, è risolto: se sul primo punto le aziende giovano di numerose tipologie contrattuali (se ne contano ben quarantasei), che consentono di assumere attraverso modalità meno gravose per le imprese rispetto al tradizionale tempo indeterminato, rispetto al secondo, indebolendo o abolendo l’articolo 18, si forniscono alle aziende maggiori possibilità di licenziare. Ciò determina una sostanziale trasformazione del contratto a tempo indeterminato in contratto a tempo determinato, così non eliminando affatto il lavoro precario ed anzi accrescendolo.
Abolire l’art. 18 elimina la differenza tra “lavoratori garantiti” e “lavoratori non garantiti”? Occorre chiarire che l’articolo 18 è entrato in vigore con l’approvazione della Legge n. 300 del 1970 (a tutti nota come Statuto dei lavoratori), con l’obiettivo di tutelare diritti e libertà fondamentali dei dipendenti; esso costituisce l’applicazione della c.d. tutela reale e norma, in particolare, il caso di licenziamento illegittimo (ovvero, privo di giustificato motivo). Nella formulazione originaria, l’articolo in questione prevedeva che il datore di lavoro non poteva licenziare il dipendente senza una giusta causa, eccetto i casi di azienda con un numero di lavoratori inferiore a quindici (in cui l’imprenditore non ha l’obbligo di reintegro, potendo scegliere di concedere un indennizzo). Con la riforma Fornero, la disposizione in analisi è stata depotenziata, attraverso la previsione di tre tipologie di licenziamento (discriminatorio, disciplinare ed economico), limitando il reintegro solo alle prime due modalità, così diminuendo la tutela a favore dei dipendenti e riconoscendo alle imprese maggiori libertà di movimento nei licenziamenti. La riforma in analisi in questi giorni va nel medesimo senso, stabilendo che le sia pur limitate tutele rimaste in vigore dopo la riforma Fornero non siano applicabili a favore dei nuovi assunti. Se a ciò si aggiunge l’ulteriore proposta volta a discriminare i nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato nel senso di non riconoscere loro le stesse tutele previste a favore dei colleghi più anziani, il cerchio si chiude: si procederà nel verso di rendere tutti i lavoratori progressivamente meno garantiti.
Chi è contro i provvedimenti del governo è un conservatore? Se per conservatore intendiamo un soggetto che si batte a favore di diritti – ancora molto attuali – per i quali i nostri genitori hanno fortemente lottato, posso orgogliosamente e con convinzione definirmi un conservatore. Preciso, inoltre, che non intendo per questo negare la necessità di attualizzare le regole del mercato del lavoro, ma è necessario che tale processo avvenga nel pieno rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Il governo Renzi è il nuovo che avanza? Renzi ha di nuovo il mero utilizzo di espressioni e di modalità comunicative differenti e più moderne rispetto a quelle adoperate dai suoi predecessori. Per il resto, poco o nulla ha rottamato, tanto nelle idee quanto nei fatti: ha consolidato politiche tipicamente berlusconiane e montiane, ha favorito l’incremento del potere di finanza e grossa imprenditoria ed ha affossato le fasce sociali più deboli, che, al contrario, necessitavano (e necessitano) di incentivi immediati in grado di rimettere in moto l’economia (cosa ben diversa dall’erogazione dei tanto celebrati 80 Euro, che non hanno risollevato alcunché).
Il piano per il lavoro (jobs act) serve a rilanciare l’economia e creare occupazione? L’affermazione per cui l’economia italiana possa essere rilanciata per il tramite della modifica del sistema del lavoro è un falso; lo stesso concetto vale rispetto a chi pensa che le aziende possano ritornare ad investire in Italia, così creando occupazione, con la sola riforma del Jobs Act. Pensiamo alla modifica dell’articolo 18 targata Fornero: presentata come la soluzione di tutti i mali, ha in realtà dimostrato che, nonostante l’abbassamento delle tutele in favore dei lavoratori, il lavoro non è aumentato e lo stesso varrà anche per la riforma del Jobs Act. Se l’intento è quello di creare occupazione attraverso la precarizzazione del mondo del lavoro, la politica fornisce una falsa risposta rispetto ad una realtà che comunque non muta.
I soldi per fare questo (rilanciare l’economia e creare lavoro) non ci sono? Esistono alternative al jobs act? L’elenco di soluzioni alternative rispetto a quelle proposte da Renzi è lungo e variegato: imporre alle aziende beneficiarie di finanziamenti statali di produrre in Italia, vietando quelle delocalizzazioni tanto amate dai nostri grossi imprenditori (da FIAT fino a Prada); valorizzare il made in Italy, puntando alla formazione continua, incentivando economicamente la ricerca e potenziando gli uffici brevetto; combattere le infiltrazioni mafiose; incentivare il rientro in Italia di capitali, umani e materiali; premiare le aziende sane che fanno dell’innovazione un punto di riferimento; ingaggiare una decisa lotta contro evasione ed elusione fiscale. Le alternative, come appena dimostrato, ci sono, basterebbe solo cominciare ad applicarle.