Giuseppe Topputi se ne va in Lussemburgo

Un altro figlio di Turi se ne va. Così giovane e intraprendente, Giuseppe Topputi, 31 anni, organizzatore e presidente del Nuovo Comitato Festa di Sant’Oronzo non ha resistito. La calamita è sempre lì, in Lussemburgo, a Diekirch, un paesino di 6.200 abitanti sulle sponde del fiume Sauer.
Eppure Giuseppe aveva tutto per restare qui. Con la madre avrebbe potuto gestire ancora la catena di supermercati. Ma quanto incide l’aspetto economico? Forse non più di tanto. La verità è che il nostro paese è sprofondato in un abisso non solo economico, ma anche culturale e relazionale. È una crisi che ti spegne qualsiasi lumicino di speranza. Ciò che spinge i giovani a migrare all’estero non è solo un fattore economico. Ce lo spiega lo stesso Topputi, contattato dalla redazione.
“Mio padre gestisce dure ristoranti – spiega – si chiamano “Bel Mondo” e “Non solo vino” (ben quotati anche su Tripadvisor, ndr). È qui da 15 anni, da quando aprì il suo primo ristorante “Il gatto e la volpe”. In poco più di un decennio – racconta Giuseppe – ha raggiunto una buona posizione e ha la responsabilità di venti dipendenti. Il lavoro della ristorazione è molto faticoso e anch’io dovrò adattarmi, imparando il francese e il lussemburghese. Dovrò gestire il bar, prepararmi a ereditare in futuro l’attività di mio padre”.
Giuseppe non è solo; è in compagnia della sua amata Valeria. Ma non poteva aiutare la madre nella gestione dei supermercati o lavorare allo stesso modo qui in Puglia?
“No – osserva – mi spiace dirlo, ma questo è un treno da prendere al volo. Mia madre non ha opposto resistenza perché si è accorta che la situazione in Italia è incerta e difficile. Certo, a Turi non si stava male, ma non si vede un futuro, non ci sono prospettive. Ho fatto tanto per Turi, ma qui, in Lussemburgo c’è tanto lavoro ma il rispetto delle regole è fondamentale. Qui non esiste lavoro nero. Il costo della vita è caro: un affitto costa 700 euro, un salario medio si attesta sui 1.800 euro, per un cornetto e cappuccino si sborsano fino a 5 euro… ma il futuro non è così buio come in Italia. Bisogna darsi da fare, io lo faccio quotidianamente imparando la lingua e preparando aperitivi. In Italia i giovani sono diventati ormai carne da macello”.
“Oggi – conclude – non c’è spazio per i rimpianti o per i dolori. Infondo qui non sono solo. Ma il tempo darà le sue risposte. Sono solo preoccupato perché mi contattano tantissimi turesi e amici che cercano qui un posto di lavoro. Se ne stanno andando tutti e questo non può inorgoglire una nazione”.
I giovani devono far fronte non solo a una crisi causata dai nostri padri, ma devono anche subire l’onta della gerontocrazia che, lo abbiamo visto qui a Turi (a ogni latitudine: comitati, istituzioni politiche, religiose, economiche…), si preoccupa più di preservare il suo potere che di lasciare spazio ai giovani. La differenza è che Giuseppe ha un padre che crede in lui e che, ci ricorda la determinazione con cui gli italiani all’estero riescono ad avere successo. Qui a Turi, e in Italia, sono invece loro, i “padri”, i primi a non accorgersi che, recita malinconico un brano, “da qua se ne vanno tutti!”. Goodbye Italia. Au Revoir Turi.