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Cronaca

Strage di ciliegi

ciliegie rotte

Quegli alberi a cui decine di operai tendevano la pargoletta mano non ci sono più. Sono stati abbattuti, nella serata di mercoledì, 7 maggio, alle ore 19.30 circa. Il teatro degli orrori è un terreno di contrada Macchia Vecchia, tra Sammichele e Casamassima, poco distante dalla masseria Netti. Segati poco più in alto della radice. Un massacro. Uno sterminio di massa. Già, perché gli alberi sono vita, ci insegna Alda Merini. Gli alberi soffrono, ridono e piangono. Maturano frutti. L’albero e l’uomo sono come la mamma che offre il proprio latte al bambino.

Gli assassini, dicono, sono almeno dieci. Hanno imbracciato una sega elettrica e affettato tronchi senza pietà. Duecentocinquanta fusti di “Ferrovia” molto robusti, vecchi di almeno trent’anni. L’indomani mattina, il terreno, grande quanto un campo di calcio, in superficie era tutto un tessuto di resti, foglie, rami morti, ciliegie ferite, con le crepe che erano già evidenti nei giorni precedenti al massacro: come un presagio, le ferite squarciavano la polpa della ciliegia facendone colare il succo.

Perché? È questa la domanda che perseguita e spaventa Turi. Perché tanta omertà? Come mai la notizia non è stata ancora diffusa tramite canali ufficiali e ci viene consegnata sottovoce. Interrogativi che non trovano risposta, ma che inquietano e fanno pensare. Ci sono solo due testimoni. Un vicino che ha sentito il fracasso. Un’ora dopo era già sul posto; davanti ai suoi occhi la macabra scoperta. Poco prima che gli assassini entrassero in azione, alle ore 19.30, il padre del proprietario, un cacciatore, stava dando del cibo ai cani. Hanno atteso, prima di compiere il gesto. Furtivamente sono entrati dall’ingresso posteriore; forse sapevano che all’ingresso principale era installato il sistema di radio allarme.

L’altro testimone è la natura, inerme, popolata di anime che non parleranno mai, ma che hanno visto, a poca distanza da questo terreno, ora così triste e arido.

I carabinieri indagano. L’episodio rievoca alcuni misfatti recenti. Due anni fa la stessa sorte toccò a una trentina di percochi. Il clima era lo stesso; accadde a pochi giorni dalle elezioni comunali. Ritorsioni di stampo politico? Un avvertimento, prima che la stessa sorte capiti al proprietario? Comunque una vigliaccata: per colpire un uomo si abbattono così tanti alberi! 250 alberi! L’assurdità e l’immoralità del gesto si misura nell’immane quantità. Quanti alberi vale un torto subito, se di torto parliamo? Dove c’è mafia, al massimo ti recapitano una testa di cavallo. Qui siamo davanti a qualcosa di davvero eclatante. Il caso in specie è peggio di un rituale. Una devastazione che non si giustifica come una ragazzata.

Per ora non servono risposte. Ma solo una certezza: noi uomini, “aridi e senza una terra siamo poveri. Senza più radici noi non siamo liberi” (Gragnaniello-Vanoni). 

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