2013. Sant’Oronzo ai tempi della crisi

“Quel che mi è piaciuto del nuovo presidente è stato lo stile… improntato alla sobrietà. Non ha volùte fè u’ di chiùje!” All’indomani del 26 agosto capita di ascoltare esclamazioni come questa tra le strade del paese. Ed effettivamente sant’Oronzo 2013 sembra proprio sarà ricordato come sant’Oronzo della sobrietà. Una sobrietà imposta da fattori esterni, una sobrietà da mancanza di fondi, ma anche una sobrietà come scelta, come ritorno all’essenziale. Fabio Topputi fa parte della generazione dei 30enni nata negli anni ’80. Fa parte a pieno titolo di quella categoria, “i giovani”, spesso guardata con diffidenza da coloro che appartengono alla generazione dei genitori e dei nonni. La scelta di affidare a un 30enne l’organizzazione di una festa patronale sa quasi di rivoluzionario. Sa di storico.
Ma la scelta di Fabio Topputi, si sa, non avviene nei tempi canonici, ma in estremo ritardo. Non è rivoluzionaria, né storica, dal momento che risulta essere una sorta di ultima spiaggia. Il presidente del comitato per la festa esprime, dopo 30 anni, il desiderio di farsi da parte. Ha inizio una lunga scia di convocazioni, e telefonate, e messaggi sul cellulare. La generazione dei genitori e dei nonni non sa che fare. Sa di non avere abbastanza fondi, né tempo, né voglia, di occuparsi di questa festa.
La politica sa che l’organizzazione di una festa sottotono non potrà che essere un boomerang. E i giorni trascorrono, finchè, ormai fuori tempo massimo, viene individuato un 30enne. Un 30enne religioso e attento alle tradizioni del paese, ma che fa parte proprio di quella generazione che è cresciuta con il culto di una festa che non badi a spese. Quando si buttavano milioni di lire prima, migliaia di euro poi, in bande, sbandieratori, fuochi d’artificio, la principale preoccupazione della generazione a cui Fabio appartiene era di trovare la compagnia giusta per un giro sul tagadà. Non pensava, la generazione di Fabio, che il tempo del boom economico sarebbe finito, e che la sua generazione avrebbe pagato le scelte e gli eccessi della generazione degli adulti, di chi cioè il boom economico lo stava vivendo senza pensare al futuro, senza investire sulla generazione dei figli. Ed ecco, nell’incredibile attualità della organizzazione di una festa patronale vista come paradigma della deriva di una società, mentre da una parte migliaia di euro andavano in fumo con i fuochi, dall’altra si andava in pensione a 40 anni, si aveva la certezza di un posto fisso a vita con la minima formazione, si otteneva la licenza di insegnare dopo 4 anni di scuola superiore.
Si viveva il boom. Quel boom che non ammette deroghe, che non vede il futuro. C’era chi, anche 20 anni fa, diceva che prima o poi qualcuno avrebbe pagato la superficialità di alcune decisioni. E che a pagare sarebbero stati proprio quei figli non ancora nati che non avrebbero avuto né lavoro né pensione né possibilità. Ma non importava a nessuno. E a Turi, contemporaneamente, qualcuno diceva che forse spendere tutti quei soldi in fumo e note e luci e bandiere che volano via non era giusto, ma chisseneimporta, la festa veniva una volta all’anno ed era giusto celebrarla al meglio che si potesse. Ed eccola qui, la generazione dei figli, alle prese con la crisi e con la consapevolezza di non poter fare meglio della generazione degli adulti. Eccola qui ad accontentarsi delle briciole, a far apparire la sobrietà una scelta e non un’imposizione, a rallegrarsi di aver avuto dalla Provincia un concerto in regalo per poi ritrovarsi ad applaudire gruppi musicali di cui si ignorava l’esistenza.
E mentre capita che il 50enne pensionato scuota la testa al pensiero del giovane che dopo aver conseguito due lauree, un master e una specializzazione, faccia difficoltà a trovar lavoro, e ha la battuta facile su questi bamboccioni che non si adattano ai cambiamenti della società, ecco che qualcuno si ritrova anche a criticare Fabio e il suo nuovo comitato di 30enni, per una festa sottotono, per quelle luci dai colori freddi e che non illuminano, per i fuochi d’artificio che sanno tanto di arrivo della torta nuziale, per un concerto incommentabile. E in tutto questo, con entusiasmo e una certa dose di ingenuità, Fabio ha organizzato una festa patronale che nessuno voleva organizzare, e lo ha fatto in appena due mesi, senza che alla festa sia mancato nulla di quel che conti veramente. Immagine di una generazione che, con il doppio dei titoli rispetto ai genitori dal posto fisso, non disdegna di servire ai tavoli, senza lamentarsi, abituata a intendere la crisi come opportunità. Ecco come anche nell’organizzazione di una festa patronale si può intravedere un tradimento generazionale destinato, tuttavia, a restare taciuto. Perché la generazione dei 30enni dalla crisi ha imparato a chinare la testa e a lavorare nell’umiltà. Senza fè u’ di chiùje.
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L’intervista a Fabio Topputi

Com’è andata? “Bene – afferma con umiltà – almeno così penso e così mi dicono.”. In questa avventura cosa l’ha colpita in modo positivo? “Tante cose ma più di ogni altra l’entusiasmo dei turesi e del comitato che mi hanno sostenuto con calore e amicizia in questi giorni.” E di negativo? “Aver saputo la sera prima che i New Trolls non sarebbero venuti mi ha un po’ demoralizzato ma grazie all’impegno di Onofrio Resta siamo riusciti ad ottenere dalla Provinci quanto promesso.” La crisi si è fatta sentire? “La difficile situazione economica non è un argomento televisivo, si sente si respira ed è un aria pesante e cattiva. Ma ciò nonostante la devozione dei turesi verso il Santo e verso la loro festa non è mancata e per questo vanno ringraziati prima di tutto loro a cui la festa appartiene prima di me o del comitato.” Domanda scontata… l’anno prossimo? “La mia disponibilità c’è. Abbiamo iniziato un percorso, abbiamo fatto esperienza e l’entusiasmo è grande. Il comitato sarebbe pronto a tornare a lavoro domani stesso. Io preferisco affidarmi però al Sindaco e al nostro Arciprete a cui spetta questa decisione senza fare passi avanti. Con umiltà resto a loro disposizione e sono certo che se toccasse nuovamente a me, a noi del comitato, riusciremmo a fare molto meglio.” Domanda cattiva…e se tornasse Marinuccio? “Gli facciamo tanti auguri e benvenga. Se tornasse io sarei li a dargli una mano come ho sempre fatto perchè l’obiettivo, non dimentichiamolo è la fede e la tradizione. Io non l’ho mai fatto per me, ma per il Santo.” Toriamo alla festa e alla sua organizzazione. Cosa avresti voluto fare che vorresti riproporre l’anno prossimo? “Sono ancora convinto che lanciare il pallone il 25 sera possa aiutare a rendere la festa migliore così come si potrebbe valutare un giro più lungo del Carro Trionfale, ma resta una questione da verificare tecnicamente. Le idee sono tante…e siamo pronti a lavorare per la loro buona realizzazione”.