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Diminuisce il reddito delle imprese olivicole

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La campagna olivicola turese 2012/2013 si configura poco rassicurante in termini quantitativi ma ottimale in termini qualitativi. A garantirlo, le elevate temperature e l’assenza di precipitazioni durante il periodo estivo, che hanno mantenuto estremamente basso il livello di infestazione da parte della famigerata mosca dell’olivo (Bactrocera oleae), che costituisce a tutt’oggi il principale problema fitosanitario della coltura.
A confermarlo sono i dati pubblicati, in questi giorni da Assoproli Bari, nell’ambito del programma di assistenza tecnica rivolta agli olivicoltori delle province di Bari- Barletta – Andria e Trani. Le rese medie in olio al frantoio – sulla base delle prime indicazioni – appaiono buone. L’olio novello estratto si presenta mediamente di buona qualità, armonico e con note di fruttato erbaceo che ne esaltano le proprietà organolettiche.
Ricordiamo, infatti, che oltre alla bassa acidità, il primo segno distintivo di un buon olio extra vergine d’oliva è il fruttato, cioè il profumo che ricorda il frutto, lo stesso profumo che si ottiene schiacciando un’oliva tra le dita. Nonostante quest’annata di scarica – minori quantità di prodotto compensate da un’ottima qualità – la produzione olivicola locale risulta pressoché dimezzata a causa del basso prezzo di vendita della merce (circa 40 € al quintale) le cui cause risiedono soprattutto nelle manovre speculative sui prezzi attraverso il dumping delle importazioni di olio d’oliva di bassa qualità che danneggiano il nostro olio extravergine.
Il comparto olistico pugliese appare così, sempre più in difficoltà, tanto che nell’ultimo decennio le importazioni complessive (circa 87.000 tonnellate) sono cresciute più delle esportazioni (38.000 tonnellate) andando a premiare soprattutto le produzioni provenienti dal mercato spagnolo, greco e tunisino.
In quest’ottica diviene ancora più determinante tutelare il settore da eventuali attacchi esterni, da frodi e speculazioni che minano il reddito delle imprese olivicole sempre più costrette ad abbandonare tale coltivazione per riversarsi in colture più remunerative.

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