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Politica

FIAT: ‘È NECESSARIA L’UNITÀ SINDACALE E POLITICA’

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Passano gli anni ma l’arroganza e la violenza del padrone
non cambiano

Partiamo dagli anni ’80: la Fiat per futili motivi licenziò 61 operai, ma il sindacato, così come la politica, reagì debolmente ed i licenziamenti passarono. Per la prima volta dal ’69, anno di grandi conquiste da parte dei lavoratori sul piano dei diritti e del salario, ebbe inizio un’offensiva padronale nei confronti degli operai. La Fiat minacciò i lavoratori con licenziamenti di massa, seguiti da giorni di scioperi e manifestazioni, dopo i quali 23.000 lavoratori furono messi in cassa integrazione a zero ore. Da qui a breve, ci fu la prima rottura sindacale: da una parte, Cisl e Uil, convinti che il sistema andava cambiato, a discapito dei lavoratori, per ridurre i costi in funzione dello sviluppo; dall’altra, la Cgil, a fianco dei lavoratori con al centro i diritti e il salario.

Siamo nel 2011 e ci accorgiamo che in questi anni poco è cambiato; è vero, allo stato attuale, non ci sono più i cecchini che attendono i manifestanti per ammazzarli a sangue freddo, ma arroganza, violenza padronale e sindacati accomodanti sono rimasti intatti.

La politica delle grandi aziende ormai è chiara: convincere tutti che il mondo cambia e che è necessario fare sacrifici, lavorare di più e magari guadagnare di meno, per garantire ai padroni gli stessi profitti o addirittura incrementarli ( è interessante il confronto tra il salario medio di un operaio, che è di circa 1.200 euro al mese e quello di Marchionne, che ha guadagnato nel corso del pur nerissimo 2009 4,78 milioni di euro, di cui 1,35 a titolo di bonus). L’amministratore delegato FIAT dice che per uscire da questa crisi i lavoratori devono rinunciare ai diritti che contrastano con il sistema capitalistico (vedi il diritto allo sciopero); che devono privarsi di leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (qualche morto in più è, evidentemente,  un prezzo più che ragionevole in nome del profitto);  che devono essere concorrenziali in quanto a salario e flessibilità, facendo leva sulla disperazione delle persone. Lo stesso Marchionne ha, inoltre, recentemente affermato che è anacronistico parlare di lotta di classe e di contrapposizioni tra operai e padroni. Se è, dunque, così fuori dal mondo il dissenso degli operai, perché nelle sue fabbriche (vedi Melfi) è vietato protestare contro gli aumenti di produzione improvvisi? E, ancora, perché chiunque si lamenti, viene subito spostato?

Il 23 dicembre 2010 è stato firmato da Cisl, Uil e altre rappresentanze sindacali minoritarie, con l’esclusione della sola Fiom- Cgil, un accordo  che, di fatto, cancella tutta la storia di relazioni sindacali costruita nel nostro Paese dal dopo guerra ad oggi, un accordo vergognoso, che elimina il pluralismo sindacale ed inoltra un contratto alternativo a quello nazionale, peggiorando le condizioni lavorative di tutti i lavoratori delle aziende Fiat, un accordo che in futuro verosimilmente verrà ampliato a tutto il settore industriale. Oltre al merito, è anche il metodo che lascia interdetti: asserire, così come è stato fatto dai vertici FIAT, che, o l’accordo viene stipulato alle condizioni stabilite o Mirafiori chiude i battenti e la Fiat va altrove ad investire, è una modalità di rapportarsi altamente ricattatoria, perché chiedere ai lavoratori di optare o per il lavoro senza diritti o per la perdita assoluta dell’impiego non è definibile come scelta. Per non parlare dell’arroganza che caratterizza le quotidiane esternazioni di Marchionne. Una per tutte: ” Se il referendum non passerà, ritorneremo a festeggiare a Detroit”. E costui sarebbe il signore che si sta spendendo “non solo per il bene dell’azienda, ma sopratutto per quello dei lavoratori”! Il tutto condito dalla complicità del governo che, quando non tace, si mette in evidenza per affermazioni che denotano scarsa affezione per le sorti degli operai italiani. Il nostro premier Berlusconi ha asserito che in mancanza di esito positivo del referendum di Mirafiori, “le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi”. E menomale che questa dichiarazione è stata resa durante la visita ufficiale del presidente in Germania! Si vede che Berlusconi è troppo impegnato a discutere di legittimo impedimento e di giudici comunisti da dimenticare di chiedere alla Cancelliere Angela Merkel quale fu il suo atteggiamento nel 2009 rispetto alla possibile acquisizione della OPEL da parte di aziende straniere (tra le quali figurava la stessa FIAT): il governo tedesco, al contrario del nostro, fu perentorio nel tutelare i livelli occupazionali e nel valutare severamente i piani industriali. Per non parlare del c.d. principale partito di opposizione: molte delle dichiarazioni degli esponenti PD sono esplicitamente a difesa di Marchionne (vedi il rottamatore Renzi ed il sindacalista D’Antoni).

Per contrastare questi atti di forza, è necessaria l’unità sindacale e politica, al fine di sviluppare una lotta unitaria e di superare ogni barriera di appartenenza, a favore dei precari, della parte più sfruttata della classe lavoratrice e degli immigrati. Il sindacato e la politica hanno un durissimo compito davanti a sé, quello di ripensare agli errori commessi in passato e trovare il coraggio di stare dalla parte dei lavoratori e della gente vittima di questo sistema, partendo dalla convinzione che la grande crisi economica che continua a fare vittime non è altro che il risultato fallimentare del sistema capitalistico e di chi lo gestisce.

Angelo Maggipinto

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