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RUBAVAMO LA LEGNA PER FARE I ‘FANÒVE’…

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Con la festa di San Giuseppe arrivano anche le ‘fanòve’. A Largo Pozzi si sta preparando per questa sera un grande falò con legna di alberi secchi spiantati, rami di risulta della potatura, rami e foglie degli ulivi ‘spruète’. Chi di noi, diciamo un po’ avanti negli anni, non è stato da ragazzo impegnato in un appuntamento faticoso ma gioioso, qual era il trasporto dalla campagna fin nel paese di legna e fascine? A volte, se si era più fortunati, si trovava ‘i ceppenère’ e c’era sempre qualcuno di noi che, quando trovava uno di questi ceppi grossi, rivolto agli amici, gridava: e chèsse jè bòne? Più che un parere (scontato!) era un modo per farsi gratificare dal gruppo per essere stato bravo a trovare un ceppo grosso. Il risultato di tanto cercare e rastrellare, la sera di san Giuseppe (equinozio e naturalmente primavera astrologica) era bruciato dai genitori ai crocicchi delle strade.

La ‘fanova’ (alcuni fanno derivare la parola fanòva dallo spagnolo ‘fuego nuevo’) a Turi è una tradizione mantenuta viva dai ragazzi dei quartieri, che provvedevano a raccogliere, qualche volta a ‘rubare’, fascine, ‘stòzzere’, eccetera. Usavano la ‘carrozze’: un mezzo di trasporto fatto da loro, fatto in casa. Altrimenti si ‘strascenève’ il tutto con una corda o del ferro filato. La notte si vigilava sulla fanòva. La sera di San Giuseppe si faceva a gara a chi aveva preparato il falò più grande e che durasse più a lungo. Intorno al falò si chiacchierava, si mangiava e, alla fine della serata, c’era chi si portava dentro casa sua dei tizzoni ardenti, ricordo di una serata di allegria e confusione. Abbiamo detto di chi si dedicava al falò, c’erano d’altro canto, quelli che se ne andavano in giro a guardare i vari falò. Con gli anni gli addetti ai falò sono scomparsi mentre sono aumentati quelli che, rigorosamente in auto, vanno a caccia di piccoli falò dei quartieri che sono ogni anno di meno. Per fortuna è rimasto quello di Largo Pozzi…
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