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AVEVO 12 ANNI QUANDO HO INCONTRATO PER LA PRIMA VOLTA ALDO MORO. ERA IL 5 SETTEMBRE DEL 1947

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Simeone Maggiolini, il secondo da destra 

Pochi giorni fa è stata commemorata la figura di Aldo Moro
in occasione del trentennale dalla sua morte. Presso Torrita Tiberina, località
in cui è sepolto l’ex Primo Ministro, si è tenuto un grande evento in suo
ricordo, al quale hanno preso parte molti turesi: autorità locali, tra cui il
Sindaco e due consiglieri comunali, e componenti del direttivo del Centro Studi
Aldo Moro, tra cui Simeone Maggiolini, presidente del centro e profondo
conoscitore di Aldo Moro. In seno a questa sua conoscenza, abbiamo voluto rivoglergli
qualche domanda all’indomani dal ritorno a Turi.

R: Simeone,
raccontaci come hai conosciuto Aldo Moro…

D: Prima di parlarvi dell’uomo Aldo Moro visto da vicino, ed
io ho avuto il piacere e l’onore di essergli stato vicino tanto a lungo da
considerarlo come un secondo padre, mi sia consentito un doveroso
ringraziamento. Lo rivolgo al Sindaco di Torrita Tiberina, Ilario Caprioli, ed
al suo vice, Luciano Forconi, che già dall’anno scorso mi aveva espresso
l’intenzione di organizzare questa iniziativa. In tale circostanza lo
sollecitai a rinviarla a quest’anno, in occasione del trentesimo anniversario
della tragica scomparsa di Aldo Moro. È allora che promisi la realizzazione di
un’opera scultorea in onore di Moro, un’opera che è ora una realtà, grazie ad un
mio concittadino: lo scultore turese Stefanino Rossi, che ringrazio
pubblicamente ed ufficialmente. Ed ora passiamo ai ricordi, che per non
dimenticare ho scritto in un libro pubblicato lo scorso anno. Il titolo è:
“sulle orme di un uomo”, un uomo che non dimenticherò mai. Avevo 12 anni quando
ho incontrato per la prima volta Aldo Moro. Era il 5 settembre del 1947. Quel
giorno lo ricordo ancora come se fosse oggi. Non avrei mai immaginato quel che
sarebbe stato per me: una guida, un amico, un fratello, un padre. Ci
incontrammo all’università di Bari, dove era solito portarmi con sé, per
togliermi dalla strada, il rettore Rafffaele Resta, che era turese come me e
conosceva bene la mia famiglia.

Nel corridoio antistante la sua stanza, vidi arrivare un
giovane col ciuffo bianco che mi accarezzò dolcemente il capo e mi offrì metà
del suo panino. Diffidente, lo guardai, abbassai la testa e rifiutai in
silenzio. Avento notato tutto, il rettore lo invitò a non insistere perché
avrebbe corso il rischio che io mollassi tutto e scappassi. E così fece. Moro
tornò all’attacco, ma sempre con molta discrezione, i giorni successivi finche
vinse la mia resistenza e, spinto anche dalla fame, accettai l’offerta del
mezzo panino che divorai voracemente in un batter d’occhio. La storia si è
ripetuta come un copione per tanti altri giorni ancora. Ora avevo fiducia, e
lui lo sapeva, e ne approfittò per aiutarmi a crescere anche “dentro”.

D: Qual’era il
rapporto di Moro con la chiesa e la religione?

R: Moro, prima di fare colazione, era solito recarsi in
chiesa, confessarsi e ricevere la Comunione, e continuò a farlo, con uno
stimolo in più: farmi entrare in chiesa e fare come lui. Anche questa volta
mostrò di avere la pazienza di Giobbe. Non mi ha mai costretto, non mi ha mai
rimproverato, non ha mai forzato la mano. Ha solo atteso che io capissi, che io
maturassi, che io crescessi. E così è stato. ricordo che la prima volta che
l’ho seguito in chiesa mi sono fermato sull’uscio. Poi, giorno dopo giorno,  ho fatto qualche passo in più, finchè sono
entrato e ho seguito tutto ciò che faceva. All’inizio ho abbozzato il segno
della croce che non avevo mai fatto. Ho imparato a farlo osservando lui. Così
come ho imparato a credere in Dio e a decidere di fare la Prima Comunione.

Quella mattina, dopo avermi comprato un paio di calze
bianche da un negozio, lo accompagnai al diurno perché doveva farsi la barba.
In questa occasione, su suo suggerimento, mi si avvicinò un addetto e mi chiese
se volessi farmi la doccia. Oltre a non averla mai fatta, avevo paura e
diffidavo. A dare una spallata alle mie riserve bastò una parola ed un sorriso
del professore, come l’ho sempre chiamato. Subito dopo, insieme, nella cappella
dell’Università, abbiamo seguito la messa durante la quale, insieme a lui, ho
ricevuto dal sacerdote l’ostia consacrata. Era la mia prima comunione. Dopo la
messa, mi baciò sulla fronte e, soddisfatto e felice, si recò dal rettore. Ed
io con lui.

Gli raccontò l’accaduto e, in risposta, il professor Resta
lo abbracciò dicendo: “Aldo, oggi hai salvato un’anima di Dio”.

R: Ricordi qualche
episodio particolare che ha caratterizzato la vostra vicina conoscenza?

D: Il nostro legame si era ormai consolidato a tal punto
che, all’insaputa di tutti, l’ho seguito fino a Bologna senza che se ne accorgesse.
Ho preso lo stesso treno ed ho viaggiato nascosto sotto un sedile per evitare
che il controllore mi chiedesse il biglietto che non avevo. Alla stazione di
Bologna, semidiroccata per i postumi della guerra, mi sono fatto notare. Anche
in questa circostanza nessun rimprovero: mi ha salutato con un sorriso e mi ha
chiesto di accompagnarlo. L’ho seguito fino ad un istituto di frati, in Piazza
San Petronio, dove incontrò i professori Dossetti, La Pira, Fanfani. Un
quartetto che poi venne definito giornalisticamente “i quattro professori”.
Scopo del loro incontro: la Costituente.

A questa mia prima sortita ne seguirono negli anni molte
altre. Ve ne ricordo una che risale al 1959. Quando avevo 28 anni. Moro era
stato nominato Ministro degli Esteri. Per ricambiare in qualche modo tutti quei
mezzi panini che aveva diviso con me, ero solito portare qualche prodotto
tipico del mio paese. A lui faceva piacere. Quella volta mi recai nel suo
studio, alla Farnesina, portando con me dei biscottini e, in un termos, fave e
cicorielle che mangiò subito con gusto, destando la curiosità dell’ambasciatore
Iannuzzi, presente all’incontro, al quale brevemente racconta il passato e la
mia gratitudine.

Nel corso della Rivoluzione Studentesca, ricordo che, nel
1973, durante uno sciopero, si mise a disposizione degli studenti Universitari
del suo corso nonostante i tanti impegni che aveva come presidente del
Consiglio dei Ministri. Per consentire loro di fare l’esame di filosofia del
diritto li invitò nel suo studio e li interrogò. Ricordo ancora la lunga coda
che si era fermata fin nelle scale dello stabile. In quell’occasione vestii i
panni del portiere facendoli accomodare uno alla volta. Ricordo anche il giorno
che lo accompagnai proprio qui, a Torrita Tiberina. Era una domenica piovosa.
Sul nostro cammino incontrammo una bambina che chiedeva l’elemosina.
L’accompagnammo al bar dove fece colazione. Nell’attesa cercammo qualcuno che
fosse in gradi di comprarle un paio di scarpe. Nonostante i pochi negozi
fossero chiusi per le festività, a disposizione si mise un vigile di cui non
ricordo il nome. So che vive ancora. Dovrebbe avere 92 anni. Mi piacerebbe
salutarlo.

Impossibile dimenticare anche un altro episodio,
all’indomani del 1973 e della aperture al Partito Comunista di Berlinguer.
Erano gli anni in cui si parlava di Compromesso storico.

Al ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, fui colpito
dalla sua espressione distaccata e pensierosa. Gli chiesi cosa avesse e, con un
sorriso triste, mi rispose: “Non attaccherai più i miei manifesti elettorali”.
Non capii e gli chiesi perché. Mi rispose che un importante uomo di stato
americano gli aveva consigliato di ritirarsi dalla vita politica. Era l’allora
segretario di stato americano Henry Kissinger, un uomo molto potente anche oggi).

D: Come hai vissuto i
momenti del rapimento e della morte dello statista?

R: L’ultima volta che ho salutato il professore era la
mattina del 16 marzo 1978. Era diretto a Montecitorio, sotto scorta. Il capo,
il Maresciallo Leonardi, conoscendo i miei rapporti, mi invitò ad andare con
loro. Ringraziai e rifiutai perché avevo un altro appuntamento. La signora Moro
mi aveva chiesto di accompagnarla per portare dei pacchi destinati ai poveri.
Anche se dopo non ebbe più bisogno di me. Per questo mi fermai a chiacchierare
col portiere dello stabile, Teodoro.

Ero insieme a lui quando alla radio, interruppero le
trasmissioni per annunciare che l’Onorevole Aldo Moro era stato sequestrato
dalle Brigate Rosse, che hanno ucciso i cinque uomini della sua scorta. Mi si raggelò
il sangue. Mi sentivo impietrito. Non sapevo cosa fare. Dopo i primi momenti di
sconcerto, insieme a Teodoro piombai in via Fani. Davanti ai miei occhi la
strage: auto con gli sportelli spalancati , 5 cadaveri crivellati di
proiettili, e tanti poliziotti e carabinieri . prima di noi, sul posto, era
arrivata la Signora Eleonora Moro. In tanti le erano vicino ed io ero talmente
impietrito che non ebbi il coraggio di avvicinarmi per darle una parola di
conforto. Ebbi però la forza di prendere dei fiori da un camioncino che era
nelle vicinanze e li deposi presso i corpi delle vittime. 55 giorni dopo dal
ritrovamento, in una Renault rossa in Via Caetani. Da allora sono trascorsi 30
anni. E per tutto questo tempo, il 9 maggio di ogni anno, mi reco a pregare in
via Caetani. E ho continuato a frequentare casa Moro, come uno di famiglia,
come mi considerava il professore Aldo Moro, un uomo che ora appartiene per
sempre alla storia, e quindi a tutti.

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