L’impegno politico
La Rivoluzione russa
Su richiesta di alcuni giovani compagni, scrisse da solo il numero unico del giornale dei giovani socialisti La Città futura, uscito l'11 febbraio 1917. Qui mostra la sua intransigenza politica, la sua ironia, anche contro i socialisti riformisti, il fastidio verso ogni espressione retorica ma anche la sua formazione idealistica, i suoi debiti culturali nei confronti di Croce, superiori perfino a quelli dovuti a Marx: «in quel tempo» – scriverà – «il concetto di unità di teoria e pratica, di filosofia e politica, non era chiaro in me e io ero tendenzialmente crociano».
Nel marzo 1917 lo zar di Russia è facilmente rovesciato da pohi giorni di manifestazioni popolari, per lo più spontanee, che chiedono pane e la fine dell'autocrazia: viene instaurato un moderato governo liberale e, insieme, si ricostituiscono i Soviet, forme di rapprsentanza su base popolare, controllati dai partiti socialisti, già creati nella precedente Rivoluzione russa del 1905; le notizie giungono in Italia parziali e confuse: i quotidiani «borghesi» sostengono che si tratta dell'avviamento di un processo di democratizzazione in Russia, sull'esempio della grande Rivoluzione francese, mentre Gramsci è convinto [26] che «la rivoluzione russa è […] un atto proletario ed essa naturalmente deve sfociare nel regime socialista [….] i rivoluzionari socialisti non possono essere giacobini: essi in Russia hanno solo attuamente il compito di controllare che gli organismi borghesi [….] non facciano essi del giacobinismo». Con il ritorno in Russia di Lenin, che pone subito il problema della pace immediata e della consegna del potere ai Soviet, la lotta politica si radicalizza. Gramsci è convinto che Lenin abbia «suscitato energie che più non morranno. Egli e i suoi compagni bolscevichi sono persuasi che sia possibile in ogni momento realizzare il socialismo». Gramsci nega esplicitamente la necessità dell'esistenza di condizioni obbiettive affinché una rivoluzione trionfi, quando scrive che i bolscevichi «sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti. E il pensiero rivoluzionario nega il tempo come fattore di progresso. Nega che tutte le esperienze intermedie tra la concezione del socialismo e la sua realizzazione debbano avere nel tempo e nello spazio una riprova assoluta e integrale». [27] È l'anticipazione dell'articolo, più famoso, che scriverà subito dopo la notizia del successo della Rivoluzione d'ottobre.
Anche in Italia la guerra interminabile, costata già centinaia di migliaia di morti e di mutilati, la penuria dei generi alimentari, la sconfitta di Caporetto e la stessa eco provocata dalla rivoluzione russa portarono a insofferenze che a Torino sfociarono, il 23 agosto 1917, in un'autentica sommossa spontanea duramente repressa dal governo: oltre 50 morti, più di duecento feriti, la città dichiarata zona di guerra con la conseguente applicazione della legge marziale, arresti a catena che colpirono non solo i diretti responsabili ma, indiscriminatamente, anche gli elementi politici d'opposizione e segnatamente l'intero nucleo della sezione socialista, con l'accusa di istigazione alla rivoluzione. In conseguenza dell'emergenza venutasi a creare, la direzione della Sezione socialista torinese venne assunta da un comitato di dodici persone, del quale fece parte anche Gramsci, il quale rimane l'unico redattore de Il Grido del popolo che cesserà le pubblicazioni il 19 ottobre 1918.
I bolscevichi avevano preso il potere in Russia il 7 novembre 1917 ma per settimane in Europa giunsero solo notizie confuse, finché il 24 novembre l'edizione nazionale dell' Avanti! uscì con un editoriale dal titolo La rivoluzione contro il Capitale, firmato da Gramsci: [28]
«La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologia più che di fatti [….] essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico […] se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono «marxisti», ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche.
Finita la guerra, dal 5 dicembre 1918 Gramsci lavorò unicamente all'edizione piemontese dell' Avanti!, che allora si stampava in via Arcivescovado 3: egli stesso e altri giovani socialisti torinesi, come Tasca, Togliatti e Terracini, intendevano ormai esprimere, dopo l'esperienza della rivoluzione russa, esigenze nuove nell'attività politica, che non sentivano rappresentate dalla Direzione nazionale del partito: «Volevamo fare, fare, fare; ci sentivamo angustiati, senza un orientamento, tuffati nell'ardente vita di quei mesi dopo l'armistizio, quando pareva immediato il cataclisma della società italiana». [29] Il 1° maggio 1919 uscì il primo numero dell' Ordine nuovo con Gramsci segretario di redazione e animatore della rivista.
L'Ordine Nuovo
La testata del primo numero (1° maggio 1919) de "L'Ordine Nuovo" diretto da Antonio Gramsci
La linea politica della rivista, dopo un avvio incerto, si definisce su posizioni nettamente operaistiche: tra i suoi scopi è quello di porre all'ordine del giorno, sotto l'esempio dei Soviet, la necessità d'introdurre nelle fabbriche italiane nuove forme di potere operaio, i consigli di fabbrica; di fronte all'opposizione di Tasca che concepiva il settimanale come una "rassegna di cultura astratta", Gramsci scrisse poi di aver ordito con Togliatti
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« …un colpo di Stato redazionale: il problema delle commissioni interne fu impostato esplicitamente nel numero 7 della rassegna […] divenne l'idea dell'Ordine nuovo; era posto come problema fondamentale della rivoluzione operaia […] della libertà operaia. » |
Gli operai amarono il settimanale perché
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« …gli articoli non erano fredde architetture intellettuali, ma sgorgavano dalla discussione nostra con gli operai migliori, elaboravano sentimenti, volontà, passioni reali della classe operaia torinese […] erano quasi un prendere atto di avvenimenti reali. » |
Appoggia lo sciopero dell'aprile 1920, l'occupazione delle fabbriche del settembre successivo e il fallito sciopero dell'aprile 1921 e polemizza contro la direzione del partito socialista; tanto contro i massimalisti che i riformisti, indica un programma che riscuote l'esplicita approvazione di Lenin al II Congresso della III Internazionale comunista che chiede l'espulsione dal partito dei riformisti e di alcuni dirigenti massimalisti.
La fondazione del Partito comunista [modifica]
La risoluzione dell'Internazionale comunista che chiedeva ai partiti socialisti l'allontanamento dei riformisti e più in generale dei gradualisti, ossia di coloro che propendevano per la presa del potere per via democratica-elettorale, venne disattesa dal Partito Socialista Italiano. Infatti, a dispetto dell'approvazione e dell'avallo ottenuto dagli ordinovisti da parte di Lenin nel corso del II Congresso dell'Internazionale, alla quale il PSI aveva aderito con il congresso di Bologna tenuto nell'ottobre del 1919, i vecchi dirigenti del partito erano riluttanti e timorosi di fronte alla svolta politica e sociale realizzatasi nel dopoguerra.
La scissione si realizza il 21 gennaio 1921, nel Teatro San Marco di Livorno, con la nascita del Partito Comunista d'Italia, sezione italiana dell'Internazionale. Nel Comitato centrale entrano due ordinovisti, Gramsci e Terracini, mentre l'Esecutivo viene composto da Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Luigi Repossi, Ruggero Grieco e Umberto Terracini.
Il congresso di Livorno
Dal 1° gennaio 1921 Gramsci dirige l'Ordine nuovo, divenuto uno dei quotidiani comunisti insieme con Il Lavoratore di Trieste e Il Comunista di Roma, quest'ultimo diretto da Togliatti. La linea del partito è data da Bordiga, del quale Gramsci non condivide le posizioni settarie, senza però prendere contro di esse un'esplicita posizione.
In contrasto con le teorie leniniste di utilizzare il parlamento per evidenziare il carattere "borghese" delle istituzioni rappresentative, l'astensionismo di Bordiga, deciso in nome di una presunta purezza politica, evita l'assunzione di dirette responsabilità operative, ponendo il partito in un sostanziale immobilismo con l'effetto di disorientare i suoi stessi simpatizzanti.
Nella direzione del giornale guarda con rispetto alle posizioni dei cattolici di sinistra della corrente di Guido Miglioli del Partito popolare, non tollera le tradizionali posizioni anticlericali del movimento socialista, e affida al liberale Piero Gobetti la critica teatrale. Non viene eletto deputato alle elezioni del 15 maggio: non ha capacità oratorie, è ancora giovane e anche la sua conformazione fisica non lo agevola nell'apprezzamento di molti elettori.
Esaurita la spinta rivoluzionaria, negli scenari europei si prospetta una reazione politica per fronteggiare la quale sarebbe necessario che i partiti socialisti e comunisti facessero fronte comune, ma Bordiga è contrario a ogni accordo, ancora una volta in contrasto con la direzione dell'Internazionale; nel secondo Congresso Nazionale comunista, tenuto a Roma nel marzo 1922, Gramsci, pur dissentendo privatamente, nuovamente non si esprime contro le posizioni della maggioranza bordighiana.
Alla fine di maggio parte per Mosca, designato a rappresentare il Partito italiano nell'esecutivo dell'Internazionale comunista. Vi arriva già malato e nell'estate è ricoverato in un sanatorio per malattie nervose di Mosca. Qui conosce una degente russa, Eugenia Schucht, una violinista che ha vissuto alcuni anni in Italia e, attraverso di lei, la sorella Giulia (1894 – 1980), anch'ella violinista, che aveva abitato diversi anni a Roma diplomandosi al Liceo musicale romano.
Giulia, ventiseienne, è bella, alta, ha un aspetto romantico; Gramsci ne è conquistato: ricorderà
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« … il primo giorno che […] non osavo entrare nella tua stanza perché mi avevi intimidito […] al giorno che sei partita a piedi e io ti ho accompagnato fino alla grande strada attraverso la foresta e sono rimasto tanto tempo fermo per vederti allontanare tutta sola, col tuo carico da viandante, per la grande strada, verso il mondo grande e terribile […] ho molto pensato a te, che sei entrata nella mia vita e mi hai dato l'amore e mi hai dato ciò che mi era sempre mancato e mi faceva spesso cattivo e torbido. » |
Si sposano nel 1923 e avranno due figli, Delio, il 5 settembre 1924 e Giuliano, il 30 agosto 1926.
Di fronte all'avvento al potere di Mussolini, l'Internazionale stabilisce che i comunisti italiani si fondano con la corrente socialista degli internazionalisti e costituiscano un nuovo Esecutivo, mettendo in minoranza Bordiga, sempre contrario a ogni accordo. Ma intanto, in Italia, vengono arrestati, nel febbraio 1923, tanto Bordiga che, in settembre, a Milano, i rappresentanti del nuovo Esecutivo. Gramsci resta così il massimo dirigente del Partito e a novembre si trasferisce a Vienna per seguire più da vicino la situazione italiana.
Il 12 febbraio 1924 esce a Milano il primo numero del nuovo quotidiano comunista l'Unità e dal primo marzo la nuova serie del quindicinale l'Ordine nuovo. Il titolo del giornale, da lui scelto, viene giustificato dalla necessità dell' «unità di tutta la classe operaia intorno al partito, unità degli operai e dei contadini, unità del Nord e del Mezzogiorno, unità di tutto il popolo italiano nella lotta contro il fascismo».
Deputato al Parlamento
Viene eletto deputato nelle elezioni del 6 aprile e può rientrare a Roma, protetto dall'immunità parlamentare, il 12 maggio 1924. Nello stesso mese, nei dintorni di Como, si tiene un convegno illegale dei dirigenti delle Federazioni comuniste italiane: i delegati si fingono dipendenti di un'azienda milanese in gita turistica, con tanto di pubblici discorsi fascisti e inni a Mussolini; a parte, discutono della tattica del partito e la linea di Bordiga, pur escluso dall'Esecutivo, risulta ancora nettamente maggioritaria.
Giacomo Matteotti
Il 10 giugno un gruppo di fascisti rapisce e uccide il deputato socialista Giacomo Matteotti; sembra che il fascismo stia per crollare per l'indignazione morale che in quei giorni percorre il Paese, ma non è così; l'opposizione parlamentare sceglie la linea sterile di abbandonare il Parlamento (la cosiddetta Secessione dell'Aventino): i liberali sperano in un appoggio della Corona, che non viene, i cattolici sono ostili tanto ai fascisti che ai socialisti e questi ultimi sono ostili a tutti, comunisti compresi; l'opposizione dell'Aventino, secondo Gramsci, non ha alcuna volontà di agire: ha una «paura incredibile che noi prendessimo la mano e quindi manovra per costringerci ad abbandonare la riunione».
Malgrado le divisioni dell'opposizione antifascista, Gramsci crede che la caduta del regime sia imminente:
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« Il fascismo è riuscito a costituire un'organizzazione di massa della piccola borghesia. È la prima volta nella storia che ciò si verifica. L'originalità del fascismo consiste nell'aver trovato la forma adeguata di organizzazione per una classe sociale che è sempre stata incapace di avere una compagine e un'ideologia adeguata ma le classi medie che avevano riposto nel fascismo tutte le loro speranze sono state travolte […] Il Partito fascista non riuscirà mai a diventare un normale partito di governo, Mussolini non possiede dello statista e del dittatore altro che alcune pittoresche pose esteriori; egli non è un elemento della vita nazionale, è un fenomeno di folclore paesano, destinato a passare alla storia nell'ordine delle diverse maschere provinciali italiane, più che nell'ordine dei Cromwell, dei Bolivar, dei Garibaldi. » |
S'inganna, perché l'inerzia dell'opposizione non riesce a dare alternative a quel blocco sociale e i fascisti riprendono coraggio e, soprattutto, ricominciano le violenze squadriste. In una delle tante viene aggredito anche Gobetti. E dopo il 12 settembre, quando il militante comunista Giovanni Corvi uccide in un tram il deputato fascista Armando Casalini, per vendicare la morte di Matteotti, la repressione s'inasprisce.
Il 20 ottobre Gramsci propone vanamente che l'opposizione aventiniana si costituisca in Antiparlamento; il 26 parte per la Sardegna, per intervenire al congresso regionale del partito e per rivedere i famigliari. Il 6 novembre si congeda dalla madre, che non avrebbe più rivisto.
Il 12 novembre 1924 il deputato comunista Luigi Repossi rientra in Parlamento, dove siedono solo i deputati fascisti e i loro alleati, per commemorare Matteotti, e il 26 vi rientra tutto il gruppo parlamentare comunista.
Il 27 dicembre 1924 il quotidiano Il Mondo pubblica le dichiarazioni di Cesare Rossi, già capo ufficio stampa di Mussolini, a proposito del delitto Matteotti: «Tutto quanto è successo è avvenuto sempre per la volontà diretta o per l'approvazione o per la complicità del duce» e il 3 gennaio 1925 Mussolini, in un discorso rimasto famoso, dichiara alla Camera dei deputati di assumersi «la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto», dando il via a una nuova azione repressiva.
Dal febbraio all'aprile 1925 Gramsci è a Mosca per conoscere finalmente il figlio Delio e rivedere la moglie. Il 26 maggio, in Italia, tiene il suo primo – e unico – discorso in Parlamento, davanti all'ex compagno di partito Mussolini, ora Primo ministro; con il pretesto di colpire la Massoneria, il governo aveva predisposto un disegno di legge per disciplinare l'attività di associazioni, enti e istituti: secondo Gramsci
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« …con questa legge voi sperate di impedire lo sviluppo di grandi organizzazioni operaie e contadine […] voi potete conquistare lo Stato, potete modificare i codici, potete cercar di impedire alle organizzazioni di esistere nella forma in cui sono esistite fino adesso ma non potete prevalere sulle condizioni obbiettive in cui siete costretti a muovervi. Voi non farete che costringere il proletariato a ricercare un indirizzo diverso […] le forze rivoluzionarie italiane non si lasceranno schiantare, il vostro torbido sogno non riuscirà a realizzarsi. »
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Il Congresso di Lione
Una via di Lione
Dal 20 al 26 gennaio 1926 si svolge clandestinamente a Lione il III Congresso del Partito dove la maggioranza che ha a capo Gramsci presenta le sue Tesi congressuali.
Con un capitalismo debole e l'agricoltura alla base dell'economia nazionale, in Italia si assiste al compromesso fra industriali del Nord e proprietari fondiari del Sud, ai danni degli interessi generali della maggioranza. Il proletariato, in quanto forza sociale omogenea e organizzata rispetto alla piccola borghesia urbana e rurale, che ha interessi differenziati, viene visto, nelle sue Tesi, come l'unico elemento che abbia una funzione unificatrice di tutta la società.
Secondo Gramsci il fascismo non è, come ritiene Bordiga, l'espressione di tutta la classe dominante ma è il prodotto politico della piccola borghesia urbana e agraria che ha consegnato il potere alla grande borghesia, e la sua tendenza imperialistica è l'espressione della necessità, da parte delle classi industriali e agrarie, «di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana» che tuttavia permette, per la sua natura oppressiva e reazionaria, una soluzione rivoluzionaria delle contraddizioni sociali e politiche; le due forze sociali idonee a dar luogo a questa soluzione sono il proletariato del Nord e i contadini del Mezzogiorno. A questo scopo, il Partito andrà bolscevizzato, ossia organizzato per cellule di fabbrica e disciplinato negando al suo interno la possibilità dell'esistenza delle frazioni.
Il Congresso approva le Tesi a grande maggioranza ed elegge il Comitato centrale con Gramsci segretario del Partito.
La questione meridionale
Tornato a Roma, ha il tempo di passare alcuni mesi con la famiglia. La moglie, che aspetta il secondo figlio Giuliano, lascia l'Italia il 7 agosto 1926, mentre la cognata Eugenia torna a Mosca il mese dopo con il figlio Delio; Gramsci scrive del figlio che «mi pare che ora incominci per lui una fase molte importante, quella che lascia ricordi più tenaci, perché durante il suo sviluppo si conquista il mondo grande e terribile». Ma non sarà mai parte dei ricordi del figlio, perché non lo vedrà più.
Nel settembre inizia a scrivere un saggio sulla questione meridionale, Alcuni temi sulla questione meridionale, in cui analizza gli anni dello sviluppo politico italiano dal 1894, anno dei moti dei contadini siciliani, seguito nel 1896 dall'insurrezione di Milano repressa a cannonate dal governo. Secondo Gramsci, la borghesia italiana, impersonata politicamente da Giovanni Giolitti, di fronte all'insofferenza delle classi emarginate dei contadini meridionali e degli operai del Nord, piuttosto che allearsi con le forze agrarie, cosa che avrebbe dovuto comportare una politica di libero scambio e di bassi prezzi industriali, scelse il blocco industriale – operaio, con un conseguente protezionismo doganale unito a concessione di libertà sindacali.
Di fronte alla persistenza dell'opposizione operaia, manifestatasi anche contro i dirigenti socialisti riformisti, Giolitti cercò un accordo con i contadini cattolici del Centro – Nord. Il problema è allora, per Gramsci, una politica di opposizione che rompa l'alleanza borghesia – contadini, facendo convergere questi ultimi in un'alleanza con la classe operaia.
La società meridionale, secondo Gramsci, è costituita da tre classi fondamentali: braccianti e contadini poveri, politicamente inconsapevoli; piccoli e medi contadini che non lavorano la terra ma dalla quale ricavano un reddito che permette loro di vivere in città, spesso come impiegati statali, i quali disprezzano e temono il lavoratore della terra e fanno da intermediari al consenso fra i contadini poveri e la terza classe, quella dei grandi proprietari terrieri, che a loro volta contribuiscono alla formazione dell'intellettualità nazionale, con personalità del valore di Benedetto Croce e di Giustino Fortunato e sono, con quelli, i principali e più raffinati sostenitori della conservazione di questo blocco agrario.
Per poter spezzare questo blocco occorrerebbe la formazione di un ceto di intellettuali medi che interrompano il flusso del consenso fra le due classi estreme favorendo così l'alleanza dei contadini poveri con il proletariato urbano.
L'arresto, il processo e il carcere
Scrive una lettera al Comitato centrale del Partito bolscevico nel quale, dopo la morte di Lenin, è iniziata una lotta fra le diverse correnti:
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« Oggi voi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato […] i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale. » |
Ma Togliatti, delegato a Mosca, preferisce non inoltrarla.
Il 31 ottobre 1926 Mussolini subisce a Bologna un attentato senza conseguenze personali, che viene però preso a pretesto per eliminare gli ultimi residui di democr
azia: il 5 novembre il governo scioglie i partiti politici di opposizione e sopprime la libertà di stampa. L'8 novembre, in violazione dell'immunità parlamentare, Gramsci viene arrestato nella sua casa e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Dopo un periodo di confino a Ustica, il 7 febbraio 1927 viene detenuto nel carcere milanese di San Vittore.
Il processo a ventidue imputati comunisti, fra i quali Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Giovanni Roveda ed Ezio Riboldi, inizia a Roma il 28 maggio 1928; presidente del Tribunale Speciale Fascista, istituito il 1° febbraio 1927, è il generale Alessandro Saporiti e ha per giurati cinque consoli della milizia fascista. Gramsci è accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all'odio di classe.
Il pubblico ministero Michele Isgrò, a conclusione della sua requisitoria, dichiara che
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« Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare! » |
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(Michele Isgrò, pubblico ministero al processo)
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Infatti Gramsci, il 4 giugno, è condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione; il 19 luglio raggiunge il carcere di Turi, in provincia di Bari.
La tomba di Gramsci nel cimitero acattolico di Roma
L'8 febbraio 1929 ottiene finalmente l'occorrente per scrivere e inizia la stesura dei suoi Quaderni del carcere. Dal 1931 Gramsci soffre di una grave malattia, il morbo di Pott, oltre a principi di tubercolosi e di arteriosclerosi, e può ottenere una cella individuale; cerca di reagire alla detenzione studiando ed elaborando le proprie riflessioni politiche, filosofiche e storiche, tuttavia le condizioni di salute peggiorano e in agosto Gramsci ha un'improvvisa e grave emorragia.
Il 30 dicembre 1932 muore la madre e i famigliari preferiscono non informarlo. Il 7 marzo 1933 ha una seconda grave crisi, con allucinazioni e deliri: a Parigi si costituisce un comitato, di cui fanno parte, fra gli altri, Romain Rolland e Henri Barbusse, per la liberazione sua e di altri detenuti politici, ma solo il 19 novembre Gramsci viene trasferito nell'infermeria del carcere di Civitavecchia e poi, il 7 dicembre, nella clinica del dottor Cusumano a Formia, sorvegliato sia in camera che all'esterno.
Il 25 ottobre 1934 viene accolta da Mussolini la richiesta di libertà condizionata ma non è libero nei suoi movimenti, tanto che gli è impedito di andare a curarsi altrove, perché il governo teme una sua fuga; solo il 24 agosto 1935 può essere trasferito nella clinica "Quisisana" di Roma. È in gravi condizioni: oltre al morbo di Pott, alla tisi e all'arteriosclerosi, soffre di ipertensione e di gotta.
Il 21 aprile 1937 Gramsci riacquista la piena libertà ma è ormai gravissimo in clinica: muore all'alba del 27 aprile, a quarantasei anni, di emorragia cerebrale. Cremato, il giorno seguente si svolgono i funerali, cui partecipano soltanto il fratello Carlo e la cognata Tatiana: le ceneri vengono inumate nel cimitero del Verano e di qui trasferite, dopo la Liberazione, nel Cimitero acattolico di Roma.
Tratto da http://it.wikipedia.org