UN PO’ DI STORIA (TURI, 20 GENNAIO 1972)

“Siamo al 1972” così si legge nelle pagine di “Turi Chiesa Madre” dove abbiamo letto di “Il largo pozzi”. Un tuffo nel nostro passato affiorato nella mente dei più a seguito di quanto accaduto la scorsa settimana. Ecco che tornano a riformularsi le parole di Don Vito Ingellis quando, con la mano ferma raccontava di Turi e di “quando furono scavati tutti quei pozzi che raccoglievano le acque piovane e rappresentavano la riserva idrica preziosissima del nostro paese”.
Incerte le date di creazione, probabilmente risalente all’”epoca in cui i Francesi costruirono in Turi la Chiesetta di San Rocco e la cappella dei SS. Medici che […] erano stati fatti nell’anno 1505”. Non manca di ipotizzare, però, nelle sue pagine, un probabile esistenza già in età precedente, facendo menzione alla Thuriae di Tito Livio, capitale della Peucezia. I 54 pozzi e le due piscine “quella nuova vicino ‘la grave’ e quella vecchia vicino al ponte di via Sammichele” erano in ordine sparso e a questi si accedeva da un’ampia gradinata percorsa dalle donne che scendevano portando sulla testa “in perfetto equilibrio l’anfora, ‘la zòle’, di creta”. Ecco che Don Vito Ingellis accenna ad un lungo ponte verso via Sammichele e che dava “a quel tratto l’aspetto di una diga”.
Si racconta la presenza di un pozzo di Sant’Oronzo, chiamato “de Masìdde” celebra per la sua acqua fresca e limpida, locato vicino la piscina “vecchia”, la quale era dotata di solo un “boccaglio” a differenza della nuova che era fornita di tre.
Nella zona dei “pozzi”, vicino il mattatoio, lo “spiazzo” era usato da campo da gioco per i ragazzini e “sovente le palle e i palloni finivano nei pozzi”. Dopo alcune morti di donne (che si recavano ai pozzi per lavare i panni o attingere l’acqua) o bambini impegnati in giochi, nel 1911 fu disposta, dalle autorità, la chiusura dei pozzi attraverso delle cancellate, impedendovi, così, di potersi sporgere e quindi cadere accidentalmente all’interno.
Si rammenta la capacità sorgiva della “piscina grande”, che, anche nelle annate di siccità, era sempre fornita di acqua in modo tale da poter assolvere le necessità cittadine. “[…] occorrevano due ‘làzzi di traine’ cioè due funi robuste della lunghezza complessiva di circa venti metri per toccare il fondo”.
Il 4 settembre 1920, racconta Don Vito Ingellis, dopo un periodo di forte siccità, sul territorio di Turi e Conversano si abbatté un terribile “diluvio universale”. Le campagne furono allagate, il “largo pozzi fu seppellito sotto l’immensa massa di acqua, che arrivò da tutte le strade di Turi, allagò anche la zona circostante sino ad oltre la cappellina di San Rocco”. Quando “l’acqua ristagnò […] divenne limpida. Si era formato un piccolo lago”. A seguito di una “tromba d’acqua che […]ricadde con un rumore pauroso” si formò una voragine, “un capovento”, vicino alla piscina nuova che risucchiò l’acqua in pochissimo tempo.
“Poi arrivò a Turi l’acquedotto pugliese e i pozzi furono abbandonati”. Andarono in rovina e, presi dall’incuria, divennero un pericolo. L’acqua però continuava a giungervi però si “appantanava e si copriva di una melma verdastra. […] Turi fu dichiarata zona malarica. Si moltiplicarono le zanzare e i “ndarauèttele”, i ranocchi, che un anno invasero il paese”.
Nel 1932, secondo una memoria dell’allora dodicenne Don Giovanni Cipriani, fu demolita la parte superiore della piscina grande di via Sammichele e le macerie, insieme a quelle portate successivamente nel luogo, “soffocò per sempre quella fonte di vita”. I lavori della rete fognaria determinarono, ancora, una grande quantità di detriti che “furono portati nel largo pozzi, per cui le cisterne poco alla volta furono riempite e poi scomparvero”. “Assunse il volto uniforme che ha ora”. Qui si pensò di costruirvi le scuole elementari, ma poi si decise di “farle altrove”, si realizzò una sagra della zampina, si teneva il mercato delle ciliegie, i ragazzi incendiavano le “fanòve”, iniziò a svolgersi il mercato della frutta e verdura, si giocava a pallone “tra 18 grandi pini”.
“Oggi tutti i turesi chiamano così quel posto anche se non esiste più traccia dei pozzi a campana e delle due grandi piscine. […] è pure sparita dall’angolo ove troneggia freddamente, nel punto in cui confluiscono le due vie, XX settembre e Dr. Domenico Resta, la piccola grigia lastra di marmo su cui era inciso e colorato in rosso, come per tutte le altre strade di Turi, il suo antico e benefico nome di ‘largo pozzi”.
ABBASCE E POZZERE
Ce june abbasce e pozzere
I piscine vole vedé,
arrecedesse pure,
ma na li avà peté acchié.
Nge stevene na volte
Ma sotto o larghe furene prequete.
Honne fatte u munne lore
E de frascine furne acchemegghiete.
GIÙ AI POZZI
Se uno al largo Pozzi
Vuol vedere le piscine,
cercasse pure,
ma non le troverà.
Vi stavano una volta
Ora son seppellite sotto il largo.
Hanno fatto il mondo loro
E le hanno coperte con macerie.