DALL’ORATORIO AL CAMPO. STORIA DI UN CAPITANO

Come non condividere le riflessioni dell’assessore D’Autilia quando afferma “il nostro individualismo è presente in tutti i campi: da quello politico a quello dello sport”.
È chiaro che emerge di non saper fare squadra. Di esempi positivi ce ne sono, anche se sotto sotto si scopre che se non condividi con me “prego, si accomodi!!”.
Questo fenomeno lo scopriremo quando per la pallavolo avremo ospite il prof. Filippo Arrè e per il calcio a 5, sorpresa …. Di saper fare squadra e vincere è di esempio l’U.S. Turi di calcio che dalla polvere della terza categoria salì nel giro di soli tre anni in 1° categoria. Testimone di quel periodo è il capitano, Menino Carenza.
Classe 1951. I primi calci ad un pallone, dove, quando, perchè.
“Inizia all’età di 6 anni come tutti i primi calci ad un pallone sono stati all’Oratorio e alla piazzetta delle case popolari. Era l’unica cosa che non costava nulla, quando si consumavano le scarpe si andava dal calzolaio dopo che i miei genitori mi avevano riempito di botte e per addolcire, di rimproveri”.
Esordio in prima squadra, lontano ricordi, come si giocava in quegli anni?
“L’esordio in prima squadra fu con la Cosida Turi, precursori dello sponsor, con Biagio Di Palo e Paolo Di Noia. Erano tempi in cui facevamo tutto noi, lavavamo le magliette e a volte non si asciugavano. Lo spogliatoio era il luogo di goliardia ma in campo “sputavamo il sangue”. Il campo era un misto tra terreno e “sivoni”. La palla era magica e grazie alle magie del pallone imparammo la tecnica. Il pallone era di cuoio con i nodi e colpirlo di testa era un problema. I pali e la traversa della porta erano quadrati e di legno. La caratteristica principale di quel periodo era la grinta, giocavamo compatti “uno per tutti, tutti per uno”. Si giocava con il ‘libero fisso’ e lo ‘stopper’ sul centravanti, due terzini a uomo, due ali un centravanti e due mezze ali che all’occasione, fungevano anche da punta”.
Capitano dell’U.S. Turi, il risultato più importante e la delusione più cocente.
“Senza dubbio la finale di seconda categoria a Grumo contro il Gravina, che valeva la promozione in prima categoria. Ricordo che segnammo con Antonio Palmisano al 40° della ripresa. È vivo in me il ricordo dell’arrivo trionfale a Turi, c’era “ù tammurr” e fummo accolti da eroi. Era il risultato di tre anni di sacrificio: dalla terza alla prima categoria, grazie al mister Donato Miccolis che con la sua tenacia cavalcammo tre anni da vincitori. Nonostante a volte ho avuto incomprensioni, da capitano, con lui, per il bene della squadra e della società, dopo ci si guardava negli occhi e tutto si risolveva. Naturalmente questo periodo bellissimo di calcio a Turi non l’avremmo realizzato se non grazie al presidente dei presidenti Stefano Rossi e tutti i soci e collaboratori. Purtroppo non riesco ancora a digerire l’amara retrocessione in seconda categoria”.
Ricordi i tuoi compagni d’avventura?
“Durante, Lerede, Volza Nicola, Colella, Gigante, Racanelli, Aldo Bassi, Gianni Salvatore, Michele Spinelli, Mastrofrancesco, Gianni Susca, Di Pinto Dionigi, Antonio Palmisano, Tinelli e Guagnano.”
Tra i tanti allenatori chi ha inciso maggiormente e chi negativamente sulla tua lunga carriera da calciatore dilettante?
“Sicuramente Vito Lenato che, essendo turese e non avendo un passato da calciatore sapeva ricavare da tutti noi il massimo delle nostre potenzialità. Era un autodidatta grazie allo0 studio di libri e di dispense calcistiche. Con lui avevo un rapporto critico e sincero. Invece non capivo perché a Turi è venuta gente come Picci e tante altre che al massimo potevano allenare le squadre di “calciobalilla”.
Grazie Menino per averci ricordato come, in quei tempi, si viveva in SQUADRA!
Che sia d’esempio per tutti.