Il “Trap” non c’è più

Il 4 maggio è venuto a mancare Sebastiano Savino, ex calciatore e allenatore di provincia. Il 13 maggio ’79 aveva perso suo figlio Mino nel tristemente noto incidente della grave di Largo Pozzi: il ricordo di Milko Iacovazzi
Il 4 maggio del 1949, la leggendaria squadra di calcio del Grande Torino si schiantava, a bordo di un aereo, contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, sulle colline torinesi. Morirono tutte le 31 persone a bordo: la rosa del Torino, 18 giocatori, 3 dirigenti, 2 allenatori, il massaggiatore, 3 giornalisti e 4 membri dell’equipaggio. Quel Torino era la squadra più forte d’Italia e una delle migliori del mondo, vincitrice di quattro campionati consecutivi e prossima a vincere il quinto. Nei giorni successivi alla tragedia, lo Stato proclamò lutto nazionale e il giorno dei funerali vennero stimate circa 300mila persone. Senza dubbio, quello fu un giorno di profonda tristezza anche per un nostro concittadino, Sebastiano Savino, tifoso del Torino, ex calciatore e allenatore di provincia. Il pallone ha dato molto e tolto altrettanto a Sebastiano; il 13 maggio 1979, suo figlio Giacomo si trovava a Largo Pozzi e, per recuperare un pallone caduto nella grave, scivolò nell’inghiottitoio perdendo la vita.
Il 4 maggio 2021, a distanza di 72 anni esatti dalla tragedia di Superga e di 42 anni dalla scomparsa del piccolo Mino, Sebastiano Savino è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari. Grazie al prezioso contributo di Milko Iacovazzi, abbiamo provato a ricordare degnamente questo grande uomo.
MINO, UN DOLORE MAI DIMENTICATO

«Il “Trap”, così lo chiamavamo noi ragazzi, poiché evidente era la sua somiglianza con il mister pluridecorato Giovanni Trapattoni. Ogni volta che lo si chiamava così, lui sorrideva, seppur timidamente e con un velo di tristezza per quello che aveva passato negli anni precedenti. Sopravvivere al proprio figlio, come accaduto al mister Sebastiano, è un fatto raro, tanto innaturale quanto lacerante. Assistere alla morte di un figlio è come restare inermi sotto una tempesta, dalle cui nubi non riuscirà mai più a filtrare la luce del Sole, della speranza.
Sebastiano Savino aveva il sogno di un futuro pieno, ricco di progetti e speranze, tutte sfumate in un attimo fatale, in cui la sorte decise di voltargli le spalle: era suo figlio il ragazzo che cadde, perdendo la vita, nella grave di Largo Pozzi. Il dolore atroce dei primi mesi, con il tempo, sembrò attenuarsi, ma comunque per il povero Sebastiano sopraggiunse una sorta di “depressione” della quale non riuscì a liberarsi facilmente. Fu come se la sua anima si fosse spenta, come se i colori della vita si fossero di colpo trasformati in un anonimo bianco e nero che toglie sapore e gioia a ogni cosa. Non c’è più un senso, non c’è più un significato, a maggior ragione in assenza di un perché abbastanza significativo da giustificare la morte prematura di un fanciullo; a volte, però, come nel caso di questi ed altri incidenti, non esiste un perché e diventa impossibile accettare una tragedia, farsene una ragione. A governare la vita, nel bene e nel male, c’è sempre la casualità, spesso spietata, insensibile rispetto alla sofferenza umana. Il fato non ebbe pietà per suo figlio Mino, che voleva vivere, né per lui stesso, emotivamente distrutto da quanto accaduto».
LA PASSIONE PER IL CALCIO E I GIOVANI
«A detta di tutti coloro che l’hanno conosciuto, è stato in passato un ottimo giocatore di calcio, militando in varie squadre del sud barese, tra cui Sammichele (suo paese di nascita) e Noicattaro. Lasciato il calcio giocato, vestì i panni dell’allenatore, iniziando proprio qui a Turi, allenando i ragazzi della primavera della società turese dell’U.S. Turi.
Il calcio la sua passione, il Torino la sua squadra del cuore. Fu proprio il calcio a riportarlo tra la gente e ad “affievolire” la sua sofferenza dovuta alla scomparsa di suo figlio. Amava tanto questo sport, troppo: per lui era una gioia infinita stare su un campo di calcio, a contatto con i ragazzi; gli ricordavano suo figlio e, allo stesso tempo, gli ricordavano la sua storia, di passione viscerale, passata a correre dietro ad un pallone.
Ho provato a chiedere un po’ in giro, a quella gente che l’ha visto giocare e tutti hanno dipinto il suo viaggio calcistico come un viaggio molto intenso. Il viaggio di un ragazzo sicuro e pulito, all’apparenza sfrontato ma in realtà pieno di sogni, fiducia e coraggio. Un ragazzo che nel futuro vedeva solo promesse, non certo agguati. Un ragazzo simile a tanti ragazzi del Sud, negli anni in cui al pallone si giocava ancora per strada, per minuti, ore, giorni, senza mai provare stanchezza, con la sola voglia di realizzare un sogno, con il desiderio di completare il viaggio.
Correva il “Trap”, correva tantissimo su quella fascia destra e l’avversario si attaccava alla sua maglia. Sembrava una forza della natura selvaggia, ma il tempo scorre per tutti, inesorabile. Arriva, prima o poi, quel momento in cui si devono appendere le scarpette al chiodo: sopraggiungono gli impegni famigliari, il lavoro, le responsabilità e, non da meno, i primi problemi di salute. Già, la salute, pronta a fargli un brutale sgambetto arrivando da dietro, come l’inciampo fatale per chi, come lui, è abituato a correre veloce sulla fascia del rettangolo di gioco.
Dopo i primi dolori alla spalla e le prime operazioni chirurgiche, “Vastiène” si è ritrovato costretto a proseguire la sua vita senza poter più utilizzare totalmente le gambe.
Quanta ironia, spesso beffarda, c’è nella vita! Sembra che si diverta con la gente, dispensando fortune inaspettate, ma anche supplizi insostenibili. “Vastiène” non meritava affatto tutto ciò. All’apparenza poteva sembrare spigoloso e tenace, diffidente, invece era ed è stato, fino all’ultimo dei suoi giorni, rispettoso con tutti. Ora purtroppo “Vastiène” non c’è più, volato su in cielo per correre su quei campi di calcio senza linee bianche che delimitano le aree. Magari, su quel campo, starà adesso giocando con suo figlio Mino, felice di poter rivedere il suo sorriso, di poterlo riabbracciare, come dopo un goal.
Ciao “Vastiè”. Ciao “Trap”, tu grande tifoso del Torino Calcio, sei volato via il 4 maggio, data indimenticabile per tutti i tifosi del Toro. Coincidenze? Ne dubito».
LEONARDO FLORIO