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Attualità

Un Paese diviso tra Covid e proteste

La protesta dei ristoratori

L’opinione dei capigruppo Lanfranco Netti, Angelo Palmisano e Giannalisa Zaccheo

Dagli esempi di disobbedienza civile alle proteste di piazza, il malcontento contro le ultime misure anti Covid varate dal Governo Conte ha attraversato tutta l’Italia, arrivando anche in Puglia.

Dopo la prova generale della manifestazione in Piazza Ferrarese del 23 ottobre, le partite Iva e i titolari delle attività commerciali maggiormente penalizzate si sono dati appuntamento a Bari, nel pomeriggio di mercoledì 28 ottobre, per sollecitare una politica di aiuti efficace e con tempi certi. Anche il settore della cultura e dello spettacolo, supportato dalla CGIL, ha deciso di mobilitarsi contro la chiusura di cinema e teatri, obiettando che dalla riapertura di giugno si conta un solo caso di contagio tra i fruitori delle manifestazioni.

Il Paese si presenta, dunque, diviso tra gli appelli al senso di responsabilità di fronte a una congiuntura nuovamente tragica e l’esasperazione del tessuto socio-economico, che potrebbe non reggere a un ulteriore “sacrificio” senza un paracadute molto più solido di quello previsto da un decreto firmato in piena notte.

Su questi termini del dibattito abbiamo raccolto l’opinione dei tre capigruppo consiliari, Lanfranco Netti (TuRinasce), Angelo Palmisano (Patto per Turi) e Giannalisa Zaccheo (Gruppo Misto).

 

LANFRANCO NETTI: “LE RAGIONI DELLE PROTESTE VANNO RINTRACCIATE NELLE CHIUSURE GENERALIZZATE E NEL CLIMA DI INCERTEZZA”

Lanfranco Netti

«L’ultimo Dpcm del Governo Conte prevede misure generalizzate, dando la possibilità alle regioni di adottare esclusivamente provvedimenti più restrittivi. Non si sono tenute in considerazione le specifiche realtà socio-economiche territoriali, che si riflettono in altrettanto variegati scenari di circolazione del virus. Per intenderci, il bar di un piccolo Comune non può essere assimilato a quello di una Città metropolitana. Sarebbe stato più corretto prevedere chiusure circostanziate, un po’ come si è operato nella prima fase dell’emergenza, istituendo le “zone rosse” dove le condizioni sanitarie lo richiedevano.

Va sottolineato, inoltre, che queste disposizioni sono figlie di un meccanismo di sorveglianza che nel periodo estivo si è allentato e che ci porta oggi a sperare di non dover ricorrere a limitazioni ancora più severe. Il vero problema è che il virus si muove molto più velocemente delle contromisure che vengono adottate: potremo vedere i risultati di quello che decidiamo oggi solo tra 15 giorni; si innesca, dunque, una continua “rincorsa alla soluzione” che genera un ulteriore senso di preoccupazione.

Scuola e trasporto pubblico – Una seconda considerazione è che alcuni settori strategici sono rimasti fuori dalle politiche di potenziamento elaborate dal Governo. Un esempio su tutti è il trasporto pubblico, cui si abbina il mondo della scuola: se dopo appena un mese siamo costretti a prevedere la didattica a distanza per i trienni dei licei, o se addirittura si sospendono le attività in presenza, viene da pensare che qualcosa sia andato oltre le previsioni, che tutti i protocolli messi a punto per adeguare gli istituti non erano sufficienti a garantire un rientro a scuola in sicurezza. Detto questo, tengo a precisare che non è ancora la stagione dei giudizi o della “caccia ai colpevoli”, ora è il momento di fare appello al senso di responsabilità di ogni cittadino, confidando che si riesca mitigare la curva dei contagi quanto prima.

Tensioni sociali – Le nuove misure, oggettivamente troppo rigide, per varie attività commerciali producono effetti del tutto simili a un secondo lockdown; il che non può che innescare una tensione sociale. Le ragioni alla base delle proteste, infatti, vanno rintracciate nel clima di incertezza in cui, da oltre sei mesi, vivono lavoratori e imprenditori, schiacciati da un’emergenza che non è più solo sanitaria ma anche economica e occupazionale. Laddove il dissenso si manifesta in proteste pacifiche, è più che condivisibile; il rischio, tuttavia, è che pochi esagitati, con insensate azioni vandaliche e di sfida alle Forze dell’Ordine, facciano passare in secondo piano le legittime istanze di chi è preoccupato per il proprio futuro e per il destino delle attività commerciali.

C’è da aggiungere che il malcontento deriva anche da altri due fattori. In primis, lo sconforto delle varie attività che, nonostante abbiano investito importanti risorse per adeguarsi alle indicazioni dei precedenti Dpcm e continuare a lavorare, oggi sono costrette ugualmente a chiudere i battenti. In secondo luogo, la carenza nei mesi precedenti di misure di sostegno forti e agili, che potessero assicurare un indennizzo concreto per le perdite subite, ha portato a quella esasperazione che vediamo in queste ore sfilare nelle piazze del nostro Paese. L’auspicio è che le ingenti somme previste nell’annunciato “Decreto Ristori” vengano elargite in tempi brevi e sburocratizzando il più possibile le procedure di accesso. Anche perché non va dimenticato che la criminalità organizzata corre ancora più velocemente del virus ed è sempre pronta a subodorare le situazioni di difficoltà, insinuandosi nelle pieghe di un tessuto socio-economico sofferente».

 

ANGELO PALMISANO: “SI È SPRECATA L’OPPORTUNITÀ DI RIFORMARE SANITÀ, SCUOLA, TRASPORTI E POLITICHE DEL LAVORO”

Angelo Palmisano

«Con l’ultimo Dpcm credo che questo Governo abbia dimostrato la sua incapacità nel gestire la fase emergenziale, sprecando l’opportunità di avviare una programmazione lucida e razionale che innescasse un percorso di svecchiamento e crescita del Paese.

Abbiamo accettato il lockdown a marzo come “misura straordinaria” inevitabile, considerando che la pandemia aveva colto tutti impreparati. Da aprile ad ottobre, tuttavia, non è stato fatto nulla se non partorire l’incentivo per i monopattini e l’acquisto dei banchi con le rotelle. Non voglio essere populista ma, considerato che la “seconda ondata” era ampiamente prevista, mi chiedo se questi provvedimenti fossero davvero prioritari o se, invece, fosse più coerente intervenire con riforme strutturali del sistema sanitario, della scuola, dei trasporti e delle politiche del lavoro.

Sanità – Per quanto riguarda la sanità, si è stati miopi sia a livello nazionale che regionale. In Puglia, visto che negli anni sono state chiuse intere strutture ospedaliere ancora più che efficienti, si sarebbero potuti attrezzare “reparti Covid” in numero sufficiente a non congestionare il sistema. A livello nazionale, invece, si continua a litigare sul MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) senza valutare che, in un momento di enorme difficoltà, incassare 24 milioni di euro e investirli nella sanità sarebbe stato un passo fondamentale. I dati, del resto, sono ormai noti: su un campione di 100 persone, 80 sono asintomatici, 15 paucisintomatici e 5 necessitano di cure ospedaliere. Dunque, adeguare la rete ospedaliera alle esigenze dei singoli territori richiede un semplice calcolo matematico.

Scuola – Stesso discorso vale per il sistema scolastico. Piuttosto che dissipare risorse in provvedimenti dubbi e di breve respiro, occorreva assumere nuovi insegnati e ammodernare le scuole, realizzando istituti con aule più spaziose, magari seguendo gli esempi del nord Europa: strutture, anche prefabbricate, a “impatto zero” sull’ambiente. In questo modo si sarebbe data una spinta importante anche all’economia, dando lavoro alle tante aziende del comparto edile e delle forniture che hanno visto precipitare i propri fatturati.

Trasporti – Venendo ai trasporti pubblici, si tocca il paradosso: siamo capaci di lanciarci in lunghe dissertazioni sull’orario di chiusura di bar e ristoranti o di guardare alle scuole come ambienti a rischio contagio; poi, però, ogni mattina si osservano 200 persone ammassate sugli autobus. Anche in questo caso, il problema si poteva affrontare con un minimo di programmazione; ad esempio, stipulando contratti con le imprese del trasporto privato che, con la contrazione dei viaggi turistici, avrebbero potuto mettere a disposizione le proprie flotte.

Proteste – Sono da condannare senza esitazione le frange violente che, approfittando della situazione, innescano una guerriglia urbana inutile e dannosa, accanendosi contro le Forze dell’Ordine che si limitano a svolgere il proprio lavoro.

Le proteste civili, al contrario, sono più che comprensibili. L’Italia è stato il primo Paese in Europa ad adottare la misura della chiusura forzata, chiedendo un sacrificio a tutte le attività produttive; ebbene, avrebbe dovuto essere la prima a ripartire, come la Cina, in maniera sicura. Ed invece, dopo sei mesi, ci ritroviamo nelle stesse condizioni di marzo, imponendo di fatto un nuovo lockdown: per un’attività ristorativa fissare alle 18.00 la fine del servizio ai tavoli equivale a una vera e propria chiusura, giacché con lo smart working nessuno andrà a pranzo e l’asporto vale fino a un certo punto.

Inoltre, a fronte di queste misure restrittive, gli aiuti a fondo perduto, oltre a essere del tutto insufficienti, arrivano con 2-3 mesi di ritardo. Continuiamo a elargire 780 euro mensili per il reddito di cittadinanza, che è un incentivo a non lavorare, e liquidiamo con pochi spiccioli gli imprenditori, che producono occupazione e ricchezza. Gli indennizzi devono tenere conto che un’azienda che smette di lavorare continua a sostenere i costi fissi di gestione (dai fitti alle utenze) e a pagare i contributi previdenziali dei dipendenti; senza considerare che alle sue spalle c’è un’intera filiera di fornitori che va in crisi. Piuttosto che contributi a pioggia, un Governo che vuole realmente rilanciare l’economia punta sulla detassazione del costo del lavoro e sulla riduzione della pressione fiscale».

 

GIANNALISA ZACCHEO: “LE INCONGRUENZE ALIMENTANO DUBBI SUL SENSO E LA COERENZA DEI SACRIFICI IMPOSTI”

Giannalisa Zaccheo

«Il momento che stiamo vivendo a livello mondiale presenta un carattere di una tale eccezionalità che qualsiasi giudizio sull’operato di chi ci governa non può non tenerne conto. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti molte incongruenze e discrasie che alimentano nella gente, già duramente provata, dubbi sulla competenza dei tecnici che affiancano i nostri governanti. O quantomeno dubbi sull’efficacia dei provvedimenti restrittivi imposti. E quando la gente non comprende il senso dei sacrifici a cui è obbligata, è indotta a disubbidire.

Mi riferisco alla chiusura di molti esercizi commerciali che hanno osservato alla lettera tutte le misure di sicurezza richieste, investendo anche ingenti capitali e che, tuttavia, si sono visti obbligati ad abbassare la serranda. Mi riferisco alla scuola, che ha garantito la massima sicurezza all’interno dei locali, investendo energie economiche e di personale e che si è vista vanificato tutto l’impegno profuso per l’inadeguatezza dei mezzi di trasporto, obbligando di fatto i ragazzi a tornare alla didattica a distanza. Penso ai bar e ai ristoranti, a detta degli esperti causa della movida. Tuttavia, paragonare un bar di Turi a uno di Milano è follia; paragonare un bar di un centro città a uno di periferia è assurdo.

Ancora, ci hanno detto che la mascherina, la distanza di un metro e l’igiene delle mani sono misure sufficienti a scongiurare il contagio; misure che erano obbligatorie per tutta l’estate per scongiurare la famigerata “seconda ondata”. Ebbene, perché mai hanno consentito a moltissimi di non rispettare queste regole semplicissime? Perché non si sono comminate sanzioni pesanti a chi le regole non le ha rispettate e non le ha fatte rispettare? Mi riferisco alle autorità preposte ai controlli, perché la gente se non teme di essere multata, ahimè, non è in grado di auto disciplinarsi, soprattutto i ragazzi che hanno nel sangue la voglia, sacrosanta, di godersi la vita senza restrizioni. I mancati controlli hanno ingenerato in molti l’idea – direi legittima, visto il lassismo delle autorità preposte al controllo – che il virus fosse scomparso.

Ecco perché la rabbia di questi giorni. Una rabbia che inevitabilmente rischia di inasprirsi anche alla luce dei continui famigerati Dpcm che vanno a limitare sempre più le libertà individuali, come uno stillicidio… Ci vorrebbe una comunicazione efficace che spiegasse alla gente il senso dei provvedimenti e la loro coerenza. Credo che ciò basterebbe per responsabilizzare tutti e rendere tutti più pazienti…».

FD

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