“Distanti oggi, insieme domani”… per tornare a volare

Il passato e il presente artistico di Daniela Angelillo; in futuro potrebbe esserci un monumento alla Ferrovia
Il centro storico di Roma, Firenze, Siena, Napoli o i più vicini Sassi di Matera sono solo alcuni dei 55 siti italiani riconosciuti Patrimonio dell’Unesco; assieme alla Cina, l’Italia è prima al mondo in quanto numero di meraviglie presenti all’interno del proprio abbraccio territoriale: segnatevi questa metafora. Ciononostante, stando ai dati analizzati da Confartigianato lo scorso anno, in Italia la spesa pubblica per beni culturali e servizi ricreativi – in cui rientrano le spese per interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali – è calata negli ultimi 10 anni del 26,8%; inoltre, nel confronto internazionale, la spesa per attività culturali in Italia è pari allo 0,3% del PIL, inferiore alla media UE dello 0,4% e meno della metà dello 0,7% della Francia.

È difficile prendere atto di questi dati, come anche capirne le ragioni. Viene in aiuto una visione deterministica della realtà, per cui potremmo ricondurre tutto ad una semplice questione di mentalità e ad un senso dell’estetica che avevamo e che andrebbe oggi restaurato. A tal proposito, si potrebbe riflettere sul senso che un restauratore ha di esistere in Italia piuttosto che altrove; o, ancora, sul valore che ha l’opera di un restauratore quando si è talmente immersi nell’arte, come appunto i cittadini di Roma, Firenze, Napoli, da riuscire a viverla ogni giorno e da volerle dare vita eterna.
Con questa lunga premessa, vogliamo introdurvi all’ancor più lunga intervista rivolta a Daniela Angelillo, artista e restauratrice locale che forse di presentazioni e premesse non ha bisogno. Proveremo quest’oggi a tempestarla di domande, com’è ormai abitudine con artisti e intellettuali del cui pensiero e delle cui opere è un peccato trascurare anche un singolo dettaglio.
IL SENSO DEL RESTAURO E DEL TEMPO
Daniela Angelillo, nata il?
«22 Luglio 1985».
Qual è stato il tuo percorso di studi?
«Dopo aver frequentato il corso di Progettazione della Porcellana presso l’Istituto Statale d’Arte “L. Russo” di Monopoli, durante il quale ho imparato la progettazione di oggetti e la realizzazione di stampi e calchi, mi sono iscritta all’Accademia delle Belle Arti: nel 2011, dopo tre anni di Conservazione e Restauro ed un Erasmus all’Accademia di Cracovia, mi sono specializzata in Restauro Lapideo».
Adesso è quindi questa la tua professione?
«Principalmente faccio l’artista, intervallando piccoli restauri per privati o aziende del settore».

Com’è nata la tua passione per l’arte e come quella per il restauro?
«Ho sempre avuto la passione, l’Amore per l’Arte e fin da piccola ho sempre saputo che questa sarebbe stata la mia strada: non ho mai, nemmeno lontanamente, pensato ad un’altra carriera e ho mantenuto alta la concentrazione sul mio obiettivo, cercando di guadagnarmi da vivere facendo solo ed esclusivamente arte. Ho deciso di orientarmi anche verso il mondo del restauro, perché qui in Italia siamo circondati da bellezze artistiche che hanno bisogno di essere tutelate, valorizzate e salvaguardate, motivo per cui credo che questo settore abbia potenzialmente molto da offrire in termini lavorativi».
Cosa significa per te il restauro?
«È un momento di riflessione, in cui l’ammirazione si mescola al piacere della conoscenza; tengo a rimarcare, inoltre, che il mettere le proprie mani su opere vecchie di secoli impone un enorme rispetto per l’opera stessa e per chi l’ha realizzata».
Ascoltando Daniela, si intuisce il tipo di rapporto che un restauratore intrattiene con il Tempo, o meglio col senso che ad esso vi attribuisce. D’altronde, per deformazione professionale, lo scorrere dei minuti può sembrare lungo secoli quando si è assorbiti in un lavoro minuzioso e delicato, come anche il contrario, ovvero quando si è abituati ad avere di fronte opere talmente vecchie da far sembrare, con la propria eternità, tanti secoli una questione di minuti.
L’eternità ed il riferimento al classico tornano a gamba tesa: «Non è affatto scontato che un’opera d’arte sopravviva per secoli. In antichità – aggiungerà più tardi – le opere d’arte erano fatte per durare e non per essere divorate e dimenticate come accade oggi». Che il consumismo sia entrato anche nell’arte è ormai conclamato da oltre 50 anni, ma questa è un’altra storia.
Provando a fare un riassunto della tua produzione, cosa diresti?
«Ho lavorato per anni in cantieri di restauro di vario genere: lapideo, decorativo, pittorico, ligneo e in ogni cantiere ho sempre messo in pratica tutto quello che sapevo fare, in primis l’utilizzo di stampi e calchi per la riproduzione seriale (spesso capita di dover ricostruire e sostituire decorazioni mancanti), arte, questa, appresa durante gli anni di studio a Monopoli e che, a sua volta, mi ha permesso di affinare una delle mie produzioni principali, ovvero la riproduzione in scala».
LA STATUA DI STEFANO DA PUTIGNANO VERSO S. ORONZO “CURT”
«Durante il lavoro di tesi di laurea, come tirocinante, ho condotto il restauro sulla statua lapidea policroma del 1505 attribuita a Stefano da Putignano e ho sperimentato per la prima volta la riproduzione in scala di un’opera d’arte esistente per fini divulgativi e di valorizzazione dell’opera stessa. Comunque sia, la statua originale, alta 160 cm, durante i restauri ha rivelato ben 9 strati cromatici differenti: i primi tre strati mostravano tre cromie molto differenti, almeno quanti sono stati i cambi di stile iconografico che la statua ha subìto. Ricordo che non potevano essere salvati tutti perché fortemente degradati, motivo per cui si scelse di portare la statua al livello originale dopo aver documentato i diversi strati rimossi. Basandomi su questi ultimi, ho pensato di proporre la versione cinquecentesca e seicentesca della statua.

Dopo aver eseguito il rilievo grafico e fotografico dell’originale, ho realizzato il primo modello in gesso (altezza 80 cm) e il relativo calco in gomma che mi ha permesso la riproduzione seriale del manufatto. Inoltre, attraverso un particolare metodo di acquisizione 3D, ho potuto realizzare anche delle mini versioni (altezza 10 cm) della statua per fini commerciali, di valorizzazione o di divulgazione del bene. La buona riuscita di questo esperimento mi ha portato ad applicare questo metodo anche nel territorio turese per valorizzarne i beni artistici: da qui, infatti, è nata l’idea del busto di Sant’Oronzo “Curt”, donato al papa in occasione del giubileo oronziano».
La riproduzione in scala di un bene, come abbiamo appena visto, ne facilita la divulgazione e la valorizzazione anche sotto un aspetto prettamente economico: «Ritengo che il nostro territorio abbia un grande potenziale nell’ambito del turismo religioso, per il cui indotto si potrebbero creare tanti manufatti».
Ultimamente, invece, in cosa ti stai cimentando?
«Da qualche tempo mi sto dedicando anche alle produzioni grafiche, per lo più sacre, che realizzo su vari supporti: sono più veloci da realizzare e mi permettono di liberare un po’ la creatività; come l’immagine di Sant’Oronzo dal titolo “Proteggerò questa città”, utilizzata dal Comitato della Festa patronale lo scorso anno. Spesso però mi ritrovo a sperimentare nuovi materiali, come nel caso dell’albero, presente in villa, realizzato con tantissime farfalle fatte di un particolare tipo di polistirene molto denso, ultraleggero e resistente alle intemperie».
DAL RELIQUIARIO AL MONUMENTO ALLA FERROVIA

Quali sono le opere di cui sei più orgogliosa?
«Il busto di Sant’Oronzo “Curt”, perché è quello che mi ha fatto conoscere alla comunità turese; il Reliquiario di Sant’Oronzo in ottone e argento sbalzato, progettato da me e realizzato da Vito Capozza, fabbro artistico di Putignano. Contenendo il frammento della reliquia di Nin, quest’oggetto, oggi custodito in Chiesa Madre, sono certa che verrà apprezzato da molte generazioni di turesi: questo per me è motivo di grande orgoglio. Ed infine l’ormai noto stendardo “Proteggerò questa città” molto apprezzato dai miei compaesani e presente, in diverse forme, nelle case di tanti turesi e non solo: questa mia opera è stata infatti scelta anche in varie occasioni ufficiali per rappresentare Turi e la sua devozione al Santo».
A proposito del reliquiario, ci sono dei dettagli da evidenziare?
«Solitamente i reliquiari hanno la forma della parte del corpo che contengono, oppure quella di un sole con la sua raggiera. Questo invece si ispira alla prima immagine del Santo e non mancano attributi iconografici piuttosto chiari: la mitra e il pastorale del Vescovo, la palma del martirio e l’ulivo pugliese che identifica e localizza il Santo».
Quali sono le tecniche che utilizzi?
«Per quanto riguarda la scultura, principalmente realizzo modelli in argilla e calchi in gomma siliconica, per poi avviare la produzione seriale in resine di vari tipi e completare con colori acrilici e foglia oro. Le produzioni grafiche sono sia digitali che materiali: quest’ultime sono solitamente acrilici su vari supporti, come carta, tela e legno. Non nego, tuttavia, che mi piace parecchio sperimentare altre tecniche e provare nuovi materiali sia sintetici che naturali».
Dopo aver prodotto così tante opere per Turi, c’è ancora qualcosa che vorresti realizzare per questa città?
«Un monumento alla ciliegia Ferrovia. È un’idea nata con gli amici dell’associazione “inPiazza”: a giugno 2019, durante la scorsa edizione della Sagra, abbiamo presentato un modellino del monumento. Trattasi di due mani colme di ciliegie che si ergono dal suolo, a simboleggiare madre natura che fa dono a Turi dell’oro rosso, inserite nel contesto della villetta adiacente a San Rocco. Per ora abbiamo lanciato questa idea, chissà cosa riserverà il futuro!».

DISTANTI OGGI, INSIEME DOMANI
Veniamo adesso al disegno che negli scorsi giorni è stato esposto sulla facciata del Municipio come gesto simbolico di speranza in quest’emergenza Coronavirus.
Hai dato un titolo alla tua opera?
«No, ma se vuoi la possiamo chiamare “Distanti oggi, insieme domani”».

Osservandola da vicino, notiamo delle farfalle. Cosa puoi dirci?
«Sono abituata a realizzare le mie opere con quello che ho a disposizione. Per questa primavera avevo in progetto con l’Amministrazione di adeguare l’albero della Villa, integrando delle farfalle colorate, ma le restrizioni dovute al COVID-19 lo hanno impedito. Siccome sono rimaste inutilizzate un bel po’ di farfalle, ho pensato di utilizzarne qualcuna per questo progetto».
La donna al centro dovrebbe essere l’Italia turrita, vero?
«Si, è l’allegoria della patria Italia, identificata da una giovane donna con il capo cinto da una corona muraria completata da torri (da cui il termine “turrita”). Ho volutamente inserito tutti gli attributi che la identificano: la corona, la stella d’Italia sulla fibula del vestito e il tricolore. Non tutti la conosceranno ma è un’immagine che ha origini molto antiche e che è stata usata durante il risorgimento italiano per creare un senso di unità nel nostro popolo».
Nell’opera, la torre dell’orologio e il campanile della Chiesa Madre si guardano: come mai questa scelta?
«Sono i simboli chiave dello skyline turese, nonché quelli che maggiormente ci identificano sia dal punto di vista civile che ecclesiastico».

Che tecnica hai utilizzato? Quanto tempo hai impiegato?
«Il drappo in cotone è dipinto a smalto, con inserti in polistirene colorato. Ho iniziato a progettarlo a metà marzo ma ci sono voluti 4 giorni per completarlo, esclusi 3 giorni di asciugatura completa: il colore applicato deve raggiungere la completa asciugatura prima di essere esposto all’esterno».
Qual è il messaggio che hai voluto trasmettere?
«È un messaggio di fiducia e speranza per i miei concittadini e per tutti gli italiani affinché possano resistere, sempre rispettando le misure di restrizione sociale e i presidi di protezione previsti: si vedano infatti gli omini verdi, bianchi e rossi, ovvero gli italiani, rappresentati distanti e con le mascherine. Attraverso queste misure, l’Italia, se pur ferita e a lutto per le perdite subite in questi giorni (compreso il nostro amato concittadino Maurizio), può proteggerci e prepararci a spiccare il volo non appena la situazione sarà migliorata».
Un suggerimento per passare la quarantena in maniera artistica?
«Questa quarantena è un’opportunità per avere la possibilità ed il tempo di fare quello che ci piace fare. Tutto è arte: la pittura, la cucina, la musica, la sartoria, la lettura, il giardinaggio, la fotografia ecc. Riscoprite le vostre vecchie passioni, perché adesso il tempo è dalla vostra parte. Buona quarantena a tutti».
Lasciamo i lettori con questo spirito propositivo e con l’immagine dell’Italia turrita realizzata da Daniela Angelillo che, per finire, va analizzata in un aspetto: come qualcuno avrà notato, gli italiani rappresentati non possono abbracciarsi, pur essendo a loro volta abbracciati dall’Italia stessa. Non c’è dunque solo il piano dell’individualità, ma anche quello superiore della collettività, raffigurato dalla stessa madrepatria, la quale, al di là delle simbologie, è percepibile dentro di noi in maniera astratta, ovvero nel manifestarsi del senso di appartenenza alla collettività stessa; spirito che adesso, dovendo tutti far fronte comune, pare essersi improvvisamente riacceso.
“Distanti oggi, insieme domani” per tornare a volare – aggiungiamo- se a Daniela non dispiace.
LEONARDO FLORIO