“Für ewig” chiude il Festival

Tre giorni intensi, in un crescendo di emozioni e riflessioni, per ricordare e non dimenticare i pensieri di quell’uomo che il Tribunale Speciale voleva mettere a tacere per un ventennio. Dopo musica, riflessioni e letture, “La Rosa di Turi” ha accolto i professori Pasquale Voza e Ferdinando Pappalardo dell’Università degli Studi di Bari.
Ad aprire l’incontro, il dott. Domenico Resta che ha presto dato la parola al sindaco, Domenico Coppi. “Ringrazio il Centro Studi per il lavoro compiuto e i professori Voza e Pappalardo. Abbiamo voluto organizzare queste iniziative mettendo insieme due date importanti: il giorno della liberazione e l’anniversario della morte di Gramsci, una delle maggiori vittime del Fascismo”. “Per troppi anni, questa grande personalità italiana è stato considerato membro di una parte politica. Ma dobbiamo sforzarci di renderlo intellettuale di Tutti, studiato moltissimo all’estero, ma poco nella sua patria” – ha quindi spiegato il sindaco. “Abbiamo l’onore di averlo avuto quasi concittadino – ha infine aggiunto – la sua storia ha incrociato la storia contemporanea, passando da Turi, e non abbiamo la consapevolezza di questo”. “Dobbiamo costruire attorno a lui iniziative che abbiano anche una platea più vasta di quella di questa sera” – saluta il dotto. Coppi facendo un appunto, amaro, sulla scarsa partecipazione cittadina all’iniziativa pubblica.
“Difficile riassumere in poche parole la figura di Gramsci” – inizia Pasquale Voza, usando una metafora dantesca per la difficoltà della richiesta: “fa tremare le vene”.
Trascinante, per chi ha abitudine delle sue lezioni di Letteatura Italiana, il professor Voza accompagna, i pochi presenti alla serata, nei meandri intellettuali gramsciani.
Dalla frammentarietà dei Quaderni – “propria della condizione carceraria e del pensiero dell’uomo” – passa a vagliare la logica della sconfitta della rivoluzione comunista in Occidente, rispetto alla situazione in Oriente. “In Oriente lo Stato zarista era tutto e la società civile era fragile, condizione fertile per la rivoluzione d’Ottobre e l’assalto al Palazzo d’Inverno. Ma se guardiamo all’Occidente capitalistico, non c’è un Palazzo d’Inverno, ma tanti; come tanti sono i cuori dello stato. Ci sono sovrastrutture nella società occidentale, che hanno impedito una rivoluzione in Occidente. È stato questo il motivo per il quale si ha avuto una “rivoluzione passiva”.
Un incontro di pensieri, un confronto ed un viaggio nel cuore della storia contemporanea in un percorso senza tempo e spazi, che incontra filosofia e storia, idee e propagande che oggi compongono e disegnano il mondo e la società attuale.
Non però un saluto alla “Rosa di Turi, ma il lavoro dei professori è stato un arrivederci, con l’augurio di nuove occasioni di dibattito sul tema gramsciano, tanto caro al mondo, tanto ignoto agli italiani.
“Spero che nasca un’agenda di iniziative con altri appuntamenti, magari in un rapporto seminariale sul tema e sulla critica delle ideologie” – ha salutato, dopo una lunga esposizione il professor Voza.
“Perchè Gramsci è un classico” – si congedano i relatori, usando un’espressione claviniana. “Gramsci non ha mai smesso di dire, anche quando ha smesso di dire; pone domande al presente, senza più porle”. “Antonio Gramsci è il pensatore del 900 più noto e tradotto al mondo” – ha sottolineato infine Voza, congedandosi inquadrando Gramsci, quel “morto disadorno” pasoliniano, che può aiutare a muoverci criticamente nella complessità dei problemi odierni.