Progetto Sinestesie: a scuola di memoria ed emozioni

E’ stata una grande emozione ritrovarsi insieme: venti ragazzini allegri e ciarlieri ed alcuni anziani del nostro paese intenti a raccontare tra lacrime e, forse, un po’ di nostalgia la loro giovinezza trascorsa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il 27 febbraio scorso, infatti, in una rara giornata di sole, la classe III E della Scuola Secondaria dell’I.C. Resta-De Donato Giannini ha incontrato ed intervistato presso l’Associazione Nazionale Combattenti di Turi alcuni reduci dell’ultima Guerra, la cui testimonianza, raccolta con cura e sapientemente elaborata, diventerà materiale per il nostro progetto “Sinestesie: parole, musica e profumi della Storia”, un laboratorio storico-musicale in cui ricercheremo – l’esperienza di cui vi parlo è appunto uno step del percorso – le fonti della storia e le interrogheremo direttamente per realizzare un apprendimento significativo, fatto non solo di conoscenze ma di valori utili alla nostra crescita e al nostro futuro..

Il primo intervistato è stato il signor Lorenzo Orlando, nato a Turi il5 marzo 1921, che il10 giugno 1940 è partito in guerra a soli 19 anni, partecipando a numerose campagne belliche: a Vienna (Austria), in Albania, in Grecia. Durante il racconto, con la voce rotta dall’emozione, ha più volte ricordato che, nonostante fossero partiti in tredici da Turi, fu il solo a tornare a casa; ci ha infatti esortato a visitare il monumento che ricorda tutte le vittime di quella guerra, i cui nomi però, abbiamo capito, sono impressi nella sua mente e nel suo cuore, oltre che sulla pietra. Ha raccontato di essere stato a Budapest, a Bucarest di cui il signor Lorenzo ha ricordato il freddo e la neve, offrendoci a parole l’immagine, molto realistica, di un ragazzo, lui in carne e ossa, che, digiuno da qualche giorno, scavando insistentemente, cercava di trovare qualcosa da mangiare per sopravvivere. Ma a Monaco di Baviera ha vissuto il momento peggiore, quando i soldati italiani venivano dileggiati e umiliati, non con percosse ma a parole. Il giovane Lorenzo era un semplice soldato di leva, arruolato in guerra come tutti gli altri senza una precisa motivazione o formazione, come anche suo padre che, anni prima, aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La sua fortuna, ha ripetuto più volte, è stata quella di rimanere sempre in territorio balcanico, mentre chi era partito per la campagna di Russia non avrebbe più fatto ritorno in patria. Nemmeno uno. Dopo ben cinque anni di guerra, il 31 agosto del ’45, il signor Lorenzo poté finalmente rientrare nel suo paese natale, Turi, e tornare al suo lavoro, l’agricoltore. Durante questi anni di guerra ricorda di esser stato fatto prigioniero in un lager per due anni, e di aver sofferto per diversi giorni la fame.
Il secondo intervistato è stato il signor Giovanni Lefemine nato a Turi nel 1923. A differenza del signor Orlando, egli rimase in guerra in Italia, a Reggio Calabria, un territorio di confine, soggetto a controlli serrati ed a numerose azioni offensive. Ha tenuto a specificare, infatti, che essere in guerra non significava necessariamente partire fuori dall’Italia: in guerra ci stavano anche quelli che restavano, perché subivano bombardamenti, soffrivano la fame, vivevano in un regime di terrore, erano censurati, umiliati e disprezzati dai tedeschi.
Il signor Giovanni ha poi fatto un excursus sulla storia delle due guerre : quando il 12 settembre, ha detto, l’Italia dichiarò guerra alla Libia, quando i generali Cadorna e Diaz condussero la battaglia del Piave, e quando Emanuele III dichiarò guerra a Malta e a Pantelleria, avvenimento che, a suo dire, non è riportato sui libri di Storia.
Ci ha poi descritto con cura l’ufficio del “lasciapassare”, un ufficio che rilasciava delle vere e proprie tessere necessarie per chi volesse passare da una regione all’altra. Il padre del signor Giovanni era nato nel 1897 e, come il padre del signor Lorenzo, aveva preso parte alla Prima Guerra Mondiale, pertanto, alla nostra domanda delle reazioni all’interno delle famiglie alla notizia dello scoppio di una guerra, hanno risposto che entrambi i genitori avevano molta paura perché conoscevano bene la guerra e le sue conseguenze. Abbiamo anche chiesto di parlarci dell’epoca fascista e del modo in cui si viveva e ci si alimentava: a tal proposito ci hanno raccontato che, se una coppia decideva di avere tanti figli, veniva incentivata con denaro, al contrario chi non si sposava era costretto a pagare una tassa. “In quegli anni c’era la dittatura, hanno detto, bisognava portare rispetto, c’era la censura e quindi non si poteva esprimere liberamente il proprio pensiero, e per ogni cosa bisognava pagare una tassa, come la tassa sulla bicicletta. Nel 1938 in Italia Mussolini aveva promulgato le leggi razziali, ma da noi, al Sud ,certe informazioni non arrivavano per cui nessuno sapeva. Pochissime persone del paese leggevano i giornali, anche perché erano pochi quelli che sapevano leggere e scrivere; in periodo di guerra poi non si andava a scuola, neppure i figli dei ricchi. Per diffondere le informazioni gli uomini del paese si incontravano in piazza dove chi aveva letto il giornale riferiva gli avvenimenti. Ovviamente le donne erano in casa o a lavorare”. Nei suoi anni trascorsi in Calabria, il signor Giovanni ci ha riferito la presenza forte della malavita, “per tirare a campare, ha detto, la gente comune si fingeva carabiniere per andare a rubare alla casa dei benestanti”. Ascoltare i loro ricordi è stato commuovente, perché la guerra l’abbiamo letta ancora nei loro occhi lucidi. Tramandare la storia attraverso i racconti credo sia uno dei valori più importanti per la nostra generazione, sempre più persa dietro alla tecnologia. Inoltre il signor Lefemine ci ha fatto dono di alcune monete, dieci lire coniate negli anni Cinquanta, per evidenziare forse il valore del denaro che, nella sua giovinezza, aveva il sapore della fatica e del sacrificio.
Abbiamo infine chiesto di parlarci dello stile di vita e del cibo di quei tempi, allo scopo di riconoscere oggi i nostri sprechi ed apprezzare, in un certo senso, la nostra sorte decisamente più felice.
“I genitori erano molto severi, molto più severi di oggi! e non vi erano rapporti cosi aperti tra genitori e figli, vigeva il rispetto e l’onore e il famoso “coprifuoco”, specie per le femmine! Superata una certa ora la porta di casa si chiudeva a chiave e i figli ritardatari erano costretti a dormire per strada. Per lavorare ci si spostava nei paesi vicini in bicicletta, e, se necessario, si dormiva sui marciapiedi. Per aiutare la famiglia anche le donne lavoravano, sia dentro casa che fuori, in campagna. Una giornata tipo iniziava alle 3.00 per andare a lavorare, poi per il pranzo c’era una tessera con la quale si andava a ritirare il cibo. Si comprava tutto con la tessera. Alle 18.30 si andava a dormire, anche perché non c‘era la luce elettrica per le strade. A Turi esisteva poi il mercato nero dove si faceva il baratto, i ricchi rivendevano il cibo a quelli meno abbienti, ma il tutto di nascosto, visto che la legge permetteva di comprare solo ed esclusivamente con la tessera.
I cibi più comuni erano le fave con o senza buccia, il lardo di maiale utilizzato come carne, le verdure di campo, pomodori, barbabietole viola, cavoli, pane di grano duro e cipolla. La pecora con il grano cotta in una grossa pignata. Per colazione, ha raccontato il signor Luigi Gasparro, intervenuto in un secondo momento, si preparava un miscuglio di peperoncino, acqua, sale, farina di ceci o di orzo e di mais. I giovani erano molto golosi di fichi secchi, il loro dolce, e facevano da questi il vincotto, che utilizzavano, riscaldandolo, per sedare la tosse. Era anche una vita semplice fatta davvero di poche cose, e nonostante la guerra, si cercava di esser felici del poco che si aveva.
E’ forse questo il senso ultimo di questo incontro tra passato e futuro?
Gaia S. Valentini e i compagni della III E.