{"id":18658,"date":"2022-05-07T06:01:55","date_gmt":"2022-05-07T06:01:55","guid":{"rendered":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/2022\/05\/07\/le-cinque-calcare-di-turi\/"},"modified":"2022-05-07T06:01:55","modified_gmt":"2022-05-07T06:01:55","slug":"le-cinque-calcare-di-turi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/2022\/05\/07\/le-cinque-calcare-di-turi\/","title":{"rendered":"Le cinque calc\u00e0re di Turi"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52054281867_5189477741_n.jpg\" alt=\"calcara\" width=\"320\" height=\"232\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Stefano de Carolis ci porta alla scoperta delle antiche \u2018fornaci\u2019 dove, tra fatica e insidie, <br \/>si produceva la calce viva<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abAnni fa ho iniziato ad occuparmi della storia dei manufatti legati all\u2019archeologia industriale di Turi \u2013 ripercorrendo le origini e gli usi delle neviere, delle fornaci per la produzione di potassia e dei trappeti \u2013 con l\u2019intento di riscoprire e divulgare quella \u201cantica saggezza\u201d che animava il nostro mondo agricolo. Sull\u2019onda di questo viaggio nel passato, mi sono interessato anche delle calc\u00e0re, le antiche fornaci dove la pietra veniva cotta e trasformata in \u201ccalce viva\u201d, diffuse in particolare nella zona premurgiana\u00bb. <br \/>Cos\u00ec Stefano de Carolis, giornalista e cultore di storia locale, introduce la sua nuova ricerca che ci riporta indietro di un secolo e narra i primi passi dell\u2019arte edile turese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abUn input decisivo \u2013 rivela \u2013 \u00e8 arrivato la scorsa estate, quando mi sono imbattuto nelle due calc\u00e0re presenti all\u2019interno del Bosco di Monteferraro: le fornaci, prima di allora sconosciute, sono state preservate intatte dalla natura, a differenza di molte altre cancellate dallo scorrere del tempo. Ho quindi approfondito il tema, consultando varie fonti e arrivando a localizzare altre 5 calc\u00e0re attive nell\u2019agro di Turi; un dato significativo per un piccolo centro che non lascia dubbi sull\u2019importanza che la produzione di calce ha avuto nella nostra economia\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52055567014_80d2510f37.jpg\" alt=\"monteferraro 2\" style=\"display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;\" width=\"500\" height=\"375\" \/><span style=\"font-family: arial, helvetica, sans-serif;\"><strong>Una delle due calc\u00e0re rinvenute nel Bosco di Monteferraro<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">De Carolis, tuttavia, non si \u00e8 limitato a passare in rassegna il territorio alla ricerca delle tracce delle calc\u00e0re: con il nobile scopo di trasmettere alle future generazioni il sapere e le tecniche del passato, ha raccolto la testimonianza dell\u2019ultimo \u2018calcarolo\u2019 di Turi: Vito Stefano Lefemine (classe 1938), detto Ninuccio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abNinuccio \u2013 commenta de Carolis, prima di cedere la parola al suo illustre intervistato \u2013 racconta il lavoro sfiancante, tramandato di padre in figlio, fatto di notti insonni a guardia del fuoco che ardeva sotto la calc\u00e0ra. Nelle sue parole si coglie tanto l\u2019orgoglio, per aver prodotto la calce con cui \u00e8 stato edificato buona parte del Borgo Nuovo, quanto la pericolosit\u00e0 di questo mestiere, che portava ad essere a contatto con le esalazioni di anidride carbonica che si sprigionavano nella fase di cottura delle pietre. Tante le insidie e una distrazione poteva costare la vita, come conferma la disgrazia, avvenuta negli anni \u201950, di cui Ninuccio fu testimone: uno degli operai fu ritrovato esanime, molto probabilmente perch\u00e9 si era addormentato durante il turno di notte e aveva respirato i miasmi sprigionati dalla calc\u00e0ra\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ninuccio Lefemine, l\u2019ultimo dei \u2018calcaroli\u2019 turesi<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52054284137_ee22e30c4a_n.jpg\" alt=\"lefemine ninuccio\" style=\"margin: 6px; float: right;\" width=\"320\" height=\"328\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abMio padre, Giuseppe Lefemine (classe 1908), ha fatto il \u2018calcarolo\u2019 per 35 anni, imparando i segreti del mestiere dai \u2018calcaroli\u2019 di Putignano. Io ho iniziato a dare una mano all\u2019et\u00e0 di 10 anni: dopo la scuola, aiutavo a prendere le fascine di legna che servivano per alimentare il fuoco della fornace e a scaricare le pietre che sarebbero state trasformate in calce spenta. Finita la scuola, ho seguito le orme di mio padre, dedicandomi alla produzione di calce per circa 15 anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche uno zio, Vito Oronzo Perfido (classe 1909), prov\u00f2 a fare il mestiere del \u2018calcarolo\u2019 ma, dopo pochi anni, si ritir\u00f2 perch\u00e9 era un lavoro troppo faticoso\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019arte di allestire una calc\u00e0ra<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abI luoghi in cui veniva allestita la calc\u00e0ra \u2013 riferisce Lefemine \u2013 erano principalmente tre: Serrone, Bosco di Procida e contrada Cisterna (nei pressi di Lama Giotta); in quest\u2019ultimo sito lavoravano anche altri due \u2018calcaroli turesi\u2019 Giuseppe e Vito Di Fino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La scelta dei siti non era casuale, venivano strategicamente costruite sui crinali delle lame, dove c\u2019era la possibilit\u00e0 di trovare pietre calc\u00e0ree di buona qualit\u00e0, predisposte ad una migliore cottura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per preparare la calc\u00e0ra, si iniziava scavando una buca, profonda un paio di metri e con diametro di 10-12 metri, le cui pareti venivano rivestite con le pietre, portate sul posto con i traini e scaricate con il rituale del \u201cmano a mano\u201d. Successivamente, si costruiva un muro circolare alto 3 metri (la camisa) con un\u2019apertura che serviva per inserire la legna; si realizzava un terrapieno con al centro uno spazio vuoto (la camera di combustione) alto circa 2 metri e si posizionavano le pietre da cuocere, realizzando una specie di trullo di 3-4 metri di altezza. Il tutto veniva poi ricoperto con uno strato di terra per evitare la dispersione del calore, avendo cura di lasciare dei piccoli sfiati (fumarole) per agevolare la fuoriuscita delle fiamme vive che davano vita ad uno spettacolo di luci che si vedeva anche dal paese. Si realizzava, infine, una scala per controllare la sommit\u00e0 della calc\u00e0ra\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52055341196_6f9b4c4e17.jpg\" alt=\"calcaroli turi\" style=\"display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;\" width=\"475\" height=\"500\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un lavoro massacrante<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl fuoco \u2013 ricorda Ninuccio \u2013 doveva essere alimentato giorno e notte con fascine, legna sottile, potature degli ulivi e scorze di mandorla, affinch\u00e9 la temperatura interna restasse costante tra i 900 e i 1.200 gradi e le pietre cuocessero in maniera uniforme. Per questo, nella calc\u00e0ra lavoravano 4 operai che si alternavano con turni da due ore. Si dormiva in una lamia in pietra, costruita da noi, arrangiandoci su pagliericci di fortuna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una calc\u00e0ra produceva circa 250 quintali di calce e necessitava di pari quantit\u00e0 di legna. Se la temperatura esterna era mite, si lavorava 10 giorni, altrimenti anche un paio di settimane. Capivamo che la cottura era conclusa quando il colore delle fiamme che uscivano dalla sommit\u00e0 della calc\u00e0ra si faceva dorato. A quel punto, smettevamo di inserire la legna e aspettavamo 2-3 giorni per far rassettare le pietre; poi si toglieva lo strato di terra e si \u201cscaricavano\u201d i sassi cotti, ridotti di peso e pronti per essere venduti\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52055328366_46783f3ee3.jpg\" alt=\"calcara serrone\" style=\"display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;\" width=\"500\" height=\"333\" \/><strong><br \/>La calc\u00e0ra in Contrada Serrone<br \/><\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52055814130_f132d8e940.jpg\" alt=\"ingresso calcara serrone\" style=\"display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La vendita della \u201ccalce viva\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLe zolle di \u201ccalce viva\u201d \u2013 riprende la parola Stefano de Carolis \u2013 venivano acquistate sul posto dai costruttori di Turi, Putignano e Conversano che si recavano alla calc\u00e0ra, pesavano il prodotto con la bascula e lo trasportavano direttamente sul cantiere. Tra gli acquirenti, c\u2019erano anche piccoli rivenditori che compravano la \u201ccalce viva\u201d e la conservavano in fosse scavate nei terreni attigui la propria abitazione, per poi venderla alla minuta applicando un sovrapprezzo che costituiva il proprio guadagno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli anni \u201950, il costo di un chilo di calce era di 60 lire. Da una calc\u00e0ra si arrivava a guadagnare circa 150.000 lire (pari al prezzo di una mula); da questa somma, per\u00f2, bisognava sottrare il costo del traino per il trasporto della legna, che era di 3.000 lire al giorno; il salario degli operai, che percepivano 600 lire per ogni giornata lavorativa (si noti che un chilo di pane costava 70 lire); la paga delle donne e dei bambini che raccoglievano il combustibile per la calc\u00e0ra (legna e rami secchi) nei terreni dove si erano eseguite le potature.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Va ricordato, infine, che le zolle di \u201ccalce viva\u201d per essere utilizzate dovevano essere \u201cspente\u201d, ovvero immerse in grandi vasche di acqua e mescolate bene; in base alla percentuale di acqua aggiunta si ricavava la \u201ccalce spenta\u201d (o calce idrata o \u201clatte di calce\u201d) e il grassello (una pasta pi\u00f9 densa ottenuta impiegando una maggiore quantit\u00e0 di acqua)\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Gli usi della calce<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abOltre all\u2019impiego nell\u2019edilizia \u2013 spiega de Carolis \u2013 la calce veniva adoperata come disinfettante: durante le epidemie di peste si era soliti cospargere le salme con la calce viva e, a pericolo scampato, si \u201cpassava la calce\u201d anche sui muri dei lazzaretti. Ancora oggi si ricorre alla calce per depurare i locali d\u2019allevamento al fine di prevenire malattie del bestiame (ad esempio l\u2019afta epizootica e la brucellosi).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52055564809_ee2b1a0005_n.jpg\" alt=\"Il lattarulo\" style=\"margin: 6px; float: right;\" width=\"240\" height=\"320\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In agricoltura, si rivela una carta vincente per correggere l&#8217;acidit\u00e0 dei terreni e, unita al solfato di rame e all\u2019ammoniaca, per il trattamento contro le pi\u00f9 comuni malattie della vite (come la peronospora e lo oidio).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Puglia, l&#8217;uso pi\u00f9 comune di questo versatile materiale si verifica nell\u2019\u201callattamento\u201d, ovvero nella pitturazione dei muri delle abitazioni con il latte di calce (ottenuto diluendo la calce viva nell\u2019acqua). L\u2019operazione, generalmente svolta in primavera dopo la fine delle intemperie invernali, veniva eseguita da \u201cu\u2019 latcator\u201d (cos\u00ec chiamato perch\u00e9 tingeva le pareti del \u201ccolore del latte\u201d) utilizzando \u201cu scupl\u201d, un pennello di forma ovale che, come racconta Franco Cistulli, da bambino realizzava con i peli della coda del cavallo legati in piccoli mazzetti e poi raggruppati tra loro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho ancora impressi nella mente i ricordi da bambino e soprattutto gli odori del latte di calce, quando alcuni imbianchini turesi venivano ad imbiancare casa: Antonio del Re, Antonio Ventrella e Pasquale Memola. Un vero e proprio rituale che, oltre a conferire il tipico colore bianco, caratteristico delle abitazioni della Valle d\u2019Itria, aveva il vantaggio di mantenere inalterata la traspirabilit\u00e0 della pietra naturale, evitando depositi di umidit\u00e0 o condensa e svolgendo un\u2019efficace azione disinfettante nei confronti di muffe e batteri\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52055363418_fc07a434ac_z.jpg\" alt=\"mapppa finale\" width=\"640\" height=\"363\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/live.staticflickr.com\/65535\/52054281867_5189477741_n.jpg\" alt=\"calcara\" width=\"320\" height=\"232\" \/><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"colormag_page_container_layout":"default_layout","colormag_page_sidebar_layout":"default_layout","footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-18658","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-cultura"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/18658","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=18658"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/18658\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=18658"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=18658"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivioturi.lavocedelpaese.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=18658"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}